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Mombao: corpo, dis-connessione e musica

Riaprono i locali e ripartono anche i Mombao. I due elementi imprescindibili per goderseli a pieno: presenza corporea e mente libera. 

Una batteria e un sintetizzatore, spesso posizionati al centro; luci colorate e penetranti come la nebbia, che sembrano diffondersi da ogni punto del palco senza una direzione precisa; due uomini agli strumenti, con capelli laccati all’indietro dalla fermezza statuaria, corpo ricoperto da segni di argilla ed espressione irremovibilmente seria e concentrata sul volto: non possono che essere i Mombao, con il loro inconfondibile stile. 

Il singolare duo è composto da Damon Arabsolgar (anche cantante e frontman della band Pashmak) ai sintetizzatori, e da Anselmo Luisi (anche batterista e percussionista dell’ex-gruppo Le luci della centrale elettrica) alla batteria. Nascono un po’ alla volta, attraverso un lavoro di ricerca e sperimentazione svolto durante i loro concerti live e non solo, fino ad approdare a X Factor 2021 negli incerti tempi di pandemia. 

La musica dei Mombao fonde non solo elementi elettronici a voce e batteria, con ritmi e canti energici e tribali, ma anche testi e canzoni provenienti da differenti culture. È una costante sperimentazione, interessante e lontana dalle logiche pop cui siamo maggiormente abituati. 

Le loro esibizioni sono estremamente immersive e sono in grado di coinvolgere emotivamente e fisicamente anche chi non conosce la loro musica. Il risultato? Una vera e propria condivisione di un’esperienza, in cui l’atmosfera è di festa e vitalità, e in cui si crea un’energia collettiva che porta ad abbandonare i limiti corporei e a lasciar vagare la mente lontano dalle preoccupazioni in cui potremmo ritrovarci immersi quotidianamente.  

Incuriositi dal loro progetto, abbiamo deciso di intervistarli. 

Ciao Anselmo e Damon! Innanzitutto, parto chiedendovi: qual è il significato che si nasconde dietro al nome Mombao? 

In origine ci chiamavamo “Bao” (questo è il nome con cui ci siamo presentati al primo concerto a Macao in un freddo dicembre di qualche anno fa, alzi la mano chi c’era!). “Bao” è una sillaba cinese che a seconda dell’intonazione può significare molte cose diverse: raviolo, pienezza, Bulgaria, esplosione… dopo aver scoperto che esistevano già un migliaio di gruppi con questo nome, lo abbiamo trasformato in Mombao: una parola che non ha un significato preciso ma che può essere pronunciata in diverse lingue. 

I vostri brani nascono chiaramente per essere suonati dal vivo di fronte a un pubblico in ascolto. Come fate a rendere il vostro progetto così immersivo e connesso alla presenza corporea? 

È un processo che è nato gradualmente. Per noi il concerto dal vivo è sempre stata un’esperienza centrale e importantissima, perché suonare davanti ad una comunità temporanea è sempre un atto politico e un’esperienza di connessione umana ed emotiva (l’assenza di concerti del periodo pandemico ha messo ancora di più in evidenza l’importanza di tutto ciò). Inoltre, abbiamo condiviso una serie di esperienze che per noi sono state fondamentali, come i seminari con il Teatro Valdoca e l’incontro con la musica Gnawa in Marocco: sono esperienze che ci hanno insegnato la centralità della trance, della performance intesa innanzitutto come presenza corporea, della connessione emotiva e spirituale attraverso il corpo, e tanto altro ancora. Il resto è venuto provando, sperimentando, inoltrandoci su strade sconosciute e poco battute. 

Come funziona il vostro processo creativo e come suddividete il lavoro tra voi? 

Dipende, è sempre diverso. A volte partiamo da improvvisazioni durante residenze artistiche in giro per l’Italia, a volte partiamo da un’idea di Damon di loop techno con il sintetizzatore, a volte da un canto popolare scovato su YouTube da Anselmo. Non c’è una regola. Di sicuro negli ultimi anni abbiamo cercato di ampliare i nostri orizzonti musicali prendendo ispirazione da fronti più diversi possibili – appunto, la techno, la musica afro-beat, i rituali sufi, i canti georgiani, la musica creata assieme ad intelligenze artificiali… 

Nel vostro singolo “In a dance” mi sembra facciate riferimento al fatto che l’equilibrio è il cambiamento dicendo che: “the balance is the change”. Qual è la vostra filosofia? 

Alcuni nostri riferimenti sono il solar punk e il pensiero di Yuval Harari, secondo il quale può fare più bene all’umanità un romanzo di fantascienza in cui viene narrata un’estetica utopica realizzabile con le attuali tecnologie che la più avanzata scoperta scientifica o tecnologica mossa da visioni distopiche. Il testo dice “the balancing has changed, the magnetic poles are swapping in a dance”. Per noi è un inno al cambiamento, al celebrare il cambiamento che sta avvenendo – anzi è già avvenuto. Non rimane che flettersi e danzare con questi punti di riferimento che si muovono. Pensiamo che questo sia un periodo d’oro, un’occasione di rinascita, un arcano senza nome. 

L’idea è che il futuro lo stiamo già costruendo oggi, qui ed ora, con le aspettative che noi creiamo verso di esso. Convogliare energie e pensieri costruttivi verso il futuro significa scostarsi dalla dominante narrazione distopica e apocalittica, significa immaginare possibilità di convivenza tra piante, umani ed intelligenze artificiali. Ogni periodo di crisi non è che un periodo di passaggio, una transizione verso qualcos’altro, un momento in cui l’equilibrio dinamico si sposta per formare nuovi centri gravitazionali. 

Con la riapertura (si spera definitiva, una volta per tutte) di locali e luoghi di intrattenimento, sono finalmente ricominciati anche i vostri concerti. Come avete affrontato la chiusura pandemica, voi che basate molto delle vostre performance sulla presenza fisica? 

Abbiamo cercato di capire cosa si poteva fare nonostante tutto. Nella prima ondata abbiamo approfittato della surrealtà della situazione globale per organizzare un concerto live sul videogioco Rust. Come ha detto qualcuno: “una cosa molto bella che non faremo mai più”. Ma in quel periodo è stata un’esperienza significativa, di cui Isacco Zanon ha tratto un piccolo documentario, che vi consigliamo assolutamente. Lo potete vedere seguendo questo link.
Poi abbiamo prodotto dei pezzi a distanza, abbiamo composto e registrato delle nuove tracce al Supermoon Studio con Giacomo Carlone a Milano… e poi siamo capitati a X Factor… 

Cosa avete in programma per il futuro, sia live che di produzione? 

Per fortuna quest’estate sarà per noi densa di concerti ed eventi e non vediamo l’ora di buttarci nella mischia. Abbiamo già pubblicato alcune date (SEI festival di Lecce, Porto Vecchio di Padova, Simposio del collettivo None, ecc); molte le dobbiamo ancora pubblicare; molte altre le confermeremo a breve grazie a Rcwaves (la nostra booking) che ci sta seminando su vari palchi in giro per lo stivale. Dal punto di vista della produzione abbiamo delle belle novità: un album nuovo pronto in cassetto… ma su questo vi aggiorneremo in autunno! 

Un’ultima domanda di pura curiosità! Abbiamo detto che siete in grado di mischiare canzoni e stili provenienti da diverse culture e luoghi nel mondo. Se doveste scegliere un paese in cui vivere che non fosse l’Italia, quale sarebbe e perché? 

Domanda tosta. Io (Anselmo) ho sempre subito il fascino dei Balcani e della musica bosniaca… forse mi piacerebbe vivere un periodo in Bosnia, a Sarajevo, a cantare la Sevdah davanti a un bicchiere di slivoviza. Ma anche un periodo in Marocco, a Tangeri, a guardare l’oceano e suonare il bendhir per strada con ritmi berberi mischiati a ritmi arabi e andalusi. Poi anche a Bruxelles, dove tutti parlano tre lingue, tutte diverse, dove c’è spazio per la musica, per il teatro, per la performance… ma anche a Trieste non è male, che è così poco italiana e ha un sapore esotico. Buh. Domanda tosta. 

Anche per me (Damon) è una bella domanda impegnativa. Proprio ora sto rivoltando di nuovo tutti gli elementi della mia vita; penso che la soluzione migliore per me, ora, sia il randagismo. Sono stanco di sentire i muscoli delle spalle contratti fra un semaforo e l’altro ma non mi accontenterei mai dello stesso orizzonte per troppi mesi di fila. Penso di dover affrontare un periodo di unsettlement e magari superare l’inverno alle Canarie, facendo surf. 

Vi ringrazio! Attendiamo l’autunno per scoprire le novità che avete in serbo per noi. Nel frattempo, ci si vede nei vari palchi d’Italia!

a cura di
Gaia Barbiero

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