Quattro chiacchiere con i Flower For Boys

Flowers For Boys, composti da Carlo Candelora (chitarra), Fabio Casadibari (batteria), Federico Marinelli (basso) e Marco Vino (voce). 
L’origine del nome deriva dalla semplicità che c’è nel gesto di regalare dei fiori, pratica antica e universale che continua però a generare sorpresa, soprattutto in situazioni ritenute insolite. La stessa genuina meraviglia è data dal sound unico dei Flowers For Boys che accostano originalmente le sonorità dell‘indiepop brit con l’electro-pop e la house music.
Il progetto musicale nasce nel 2019 e conta già una serie di concerti sulle proprie spalle nei più importanti live club del barese (Garage Sound, MAT Laboratorio Urbano), così come la partecipazione ad alcuni importanti contest e festival sul territorio nazionale. La band pugliese ha all’attivo un singolo “L’Estate sulla Pelle”, autopubblicato nel 2020, mentre il 22 aprile esce il loro nuovo singolo, “Patricia”, per l’etichetta Angapp Records. 
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con i Flower For Boys su “Patricia“!

Ciao ragazzi! Come vi sentite a cominciare il vostro percorso da musicisti dopo la generale lunga pausa pandemica, in un periodo così complesso e saturo per il mondo della musica?

Federico: Beh, è decisamente stimolante. Guardare il mondo musicale come “saturo” è lontano dal nostro modo di concepire il concetto di “musica”: noi non facciamo musica per inserirci in uno slot, su di uno scaffale. Facciamo musica per il piacere di farla, perché ci fa stare bene e fa stare bene chi la ascolta. Se si guarda il particolare momento in cui stiamo tutti vivendo in questa prospettiva, improvvisamente ci si rende conto di quanta varietà e “democraticità” ci sia nella scena musicale odierna. Chiunque può avere il suo spazio e guadagnarselo anche da solo da una singola stanza.

ùÈ magnifico e stimolante. Lo è di meno, invece, il mondo postpandemico: Ci siamo resi conto che, soprattutto dopo la pandemia, manca l’audacia di costruire una rete che supporti le realtà emergenti. Tanti locali hanno dovuto chiudere e tanti festival hanno dovuto interrompere la loro vita artistica. Per i secondi, fortunatamente, se ne stanno creando di nuovi ed è un bene, mentre per i primi purtroppo non sempre ad un locale che ospita live chiuso corrisponde poi una nuova apertura. E chi ha resistito ai due anni terribili, spesso non ha più la vecchia audacia. Ecco, ci saranno sempre emergenti che hanno l’audacia di mettersi in gioco, di iniziare progetti e lanciare idee. E non vedono l’ora di avere, appunto, una rete di realtà pronte ad accoglierle nei loro spazi. Crediamoci, di nuovo, tutti insieme.

La vostra band ha una sonorità particolare che unisce indie pop e elettronica. A quali artisti vi ispirate?

 Il gruppo è partito col presupposto di far convogliare i nostri background musicali in un progetto che unisse la musica popolare con la ricerca sonora trovando un saldo punto d’incontro nei Two Doors Cinema Club, band inglese che al meglio rispecchia il sound a cui puntavamo. I loro precursori, i Phoenix, sono venuti immediatamente dopo: più grezzi e spinti verso sonorità meno elettroniche, sono stati l’ispirazione perfetta per alcune nostre scelte artistiche in molte delle nostre canzoni. Dopo aver scritto i primissimi pezzi, abbiamo notato come ci accomunasse una curiosità nell’esplorare sonorità più house. Questa curiosità artistica ha portato nuova linfa vitale che hanno trasformato il nostro sound introducendo elementi da band come Subsonica, Beck, Tuxedo e artisti come Tame Impala, Subsonica e Cosmo facendo virare tutto il progetto maggiormente verso la house music ed un più pesante uso di sintetizzatori pur rimanendo ancorati alle radici propriamente indie.

Soprattutto al giorno d’oggi c’è sempre un maggior bisogno di influenze positive e di speranza. 
Con questo singolo quale messaggio volete portare?

Carlo: Ci auguriamo soprattutto che possa aiutare le persone a sentirsi meno sole nelle lotte che, ogni giorno, affrontano per affermare la libertà di espressione di sé. Oltre questo, il pezzo si propone anche di condividere la gioia di chi tali lotte le ha affrontate e superate ed è giuntə alla realizzazione completa della propria persona. Il singolo “Patricia” è questo: un sorriso fiero sul volto, svincolato da ogni sorta di giudizio e, perchè no, anche ballabile.

Perché avete sentito la necessità di raccontare un tema come la transizione di genere? Sopratutto perché dal punto di vista di una transgender e non dal punto di vista di un transgender?

Marco: Il nostro brano in realtà non affronta il tema della transizione di genere, un tema delicato e per la quale è facile potersi ritrovare (anche con buone intenzioni) a dire cose inesatte. Il brano parla di una donna transgender all’apice della propria realizzazione personale, ma chiunque potrebbe ritrovarsi nella stessa condizione di raggiungimento di una consapevolezza della propria storia di vita e della gratificazione del percorso fatto. La Patricia del testo poi è nata nella nostra testa donna in maniera naturale, non ci sono motivazioni specifiche legate a tale scelta. Se il brano avesse parlato di un uomo transgender, per noi non ne sarebbe mutato il significato.

Patricia è una canzone con un ritmo allegro che porta con sé leggerezza, ma la tematica che propone non sempre è altrettanto leggera. Questo ritmo allegro nasce per fare da contrasto a questa sofferenza o serve ad accompagnare la fioritura di una donna che è “lontana ormai da quel macigno”?

Marco: Esatto, è su questo “momento” specifico che abbiamo voluto mettere l’accento. La musica così spensierata e vivace vuole supportare la gioia di quel “velo che […] scivola via”. Patricia è una donna che ha vissuto il peso del giudizio su di sè, ma allo stesso tempo è stata capace di lasciarselo alle spalle per vivere la sua felicità.

Il testo dice “E non ti importa di essere capita, è questa la tua vera vita”. Imparare a ignorare i giudizi degli altri è ciò che ha permesso a Patricia di sentirsi libera?

Marco: Ci sono cose della vita che è davvero difficile far comprendere agli altri, per quanto impegno ci si metta per esprimerle. Tante persone hanno la sensibilità di mettersi in ascolto e condividere la storia di vita di chi si ha intorno. Molte altre persone preferiscono chiudersi in una scatola di valori e giudizi difficili da scalfire. Nei confronti di tali persone è fondamentale, come strumento di difesa personale, comprendere che non hanno “ancora” (la speranza è l’ultima a morire!) gli strumenti adatti a porsi apertamente in ascolto. Patricia, poi, non ha bisogno di essere capita, perché la comprensione degli altri è stata oltrepassata dalla gioia di essere sè stessa. E’ come se dicesse con determinazione: “Io sono chi sono… e nulla può essere diverso da questo!”

Come ve la immaginate Patricia? Che personalità ha?

Federico: Patricia è una persona forte, temprata dalle sue sofferenze, ma che non le fa trasparire facilmente. Questo non perchè se ne vergogni, ma perchè le ha superate e le ha metabolizzate, rendendo le paure e insicurezze vissute un bagaglio di consapevolezza. Ecco, è una persona che dà un grande peso ai ricordi, al passato. Non per nostalgia o rimpianto, ma per assaporare meglio il presente che si è conquistata.

Essere se stessi oggi pare essere fra le scelte più rivoluzionarie che un musicista possa compiere, ma è anche la scelta di Patricia. 
Nel panorama della musica italiana odierna, dove sentite di collocarvi?

Carlo: Noi crediamo di collocarci tra le realtà musicali che, tutte insieme, stanno risollevando il mondo dello spettacolo italiano proprio in questo periodo. Vogliamo portare la nostra musica e la nostra energia ovunque sul territorio italiano!

Il nuovo singolo dei Flower For Boys è su Spotify!

a cura di
Redazione

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