“Vera e il Diavolo”: superare le contraddizioni della società secondo i La Misère de la Philosophie

Un complesso equilibrio tra filosofia, passione per la psichedelia e i contrasti

Da una doppia passione condivisa, nasce nel 2010 La Misère de la Philosophie. A dispetto del nome, si tratta di un gruppo di amici e musicisti toscani composto attualmente da Sebastiano Taccola, voce, chitarra, armonica, Giacomo Biancalana, batteria, percussioni, sax, cori e Michele Pineschi, basso, synth, organo, electronics, cori. Cosa ha unito i tre musicisti e li ha spinti a formare una band? La passione per la musica psichedelica e per Marx, riferimento costante della loro musica tanto da scegliere di chiamarsi come l’opera dello stesso filosofo.

Già da queste poche informazioni si intuisce che siamo difronte ad una band con riferimenti e basi forti nella scelta di testi e musica. Dai temi e messaggi si definisce la loro idea di musica pregna di contrasti, antagonismi e contraddizioni, gli stessi che il filosofo tedesco sottolineava nelle sue opere. Per La Misère de la Philosophie più che schierarsi da una parte piuttosto che dall’altra, la questione risiede nel superare le ragioni dell’opposizione e propendere per l’equilibrio. Per quanto riguarda poi la musica e le discipline artistiche in genere è essenziale evitare di diffondere cattivo gusto.

L’intreccio inestricabile tra onirico e reale

Non ci sembra affatto il loro caso: recentemente hanno pubblicato per Seahorse RecordingsVera e il Diavolo“, il loro terzo album, dopo “Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria” nel 2018, “Ka-Meh” nel 2014 e due EP “Indoor Sabba” e “Indoor Sabba II” nel 2020. Disco, quest’ultimo, composto da sette tracce che rappresentano fotogrammi apparentemente discontinui, ma che si legano tra loro come facce della stessa medaglia, grazie a testi e musiche ricche di suggestioni oniriche e demoniache.

Abbiamo contattato i La Misère de la Philosophie per soddisfare la nostra e la vostra curiosità a proposito di “Vera e il Diavolo”, delle loro chiare prese di posizione e della necessità di un cambiamento collettivo capace di rovesciare certe dinamiche insite nella società attuale, che forse non si distanziano molto da quelle della società vissuta da Marx.

Ecco quello che ci hanno raccontato!

La Misère de la Philosophie
Ciao ragazzi, benvenuti su Posta Indipendente. Come nasce il vostro progetto e cosa vi ha spinto a dargli questo nome?

La Misère de la Philosophie è nata nel 2010 a partire dalla passione condivisa da un gruppo di amici per un certo tipo di psichedelia acida, ipnotica, cupa. Il nome è tratto dal titolo originale di un’opera di Karl Marx (Misère de la Philosophie). Marx è un riferimento costante della nostra musica perché ha fotografato la morfologia della modernità capitalistica quale epoca dei contrasti, degli antagonismi, delle contraddizioni. Contrasti, antagonismi e contraddizioni sono le architravi del nostro immaginario musicale.

Quanto e cosa è cambiato nella vostra musica dal 2010 a oggi?

Forse tanto, ad esempio già a partire dalla formazione (con un cambiamento pressoché totale della line up), e poi ancora per quel che riguarda la modalità di composizione e arrangiamento, oltre che l’inevitabile aggiungersi di nuove influenze (con gli anni che passano si leggono sempre più libri, si ascolta sempre più musica: si continua a scavare). D’altro canto, non sono però cambiati i lineamenti di fondo della nostra musica: il piacere per l’improvvisazione (che abbiamo ulteriormente approfondito), l’attenzione per certe sonorità acide e ipnotiche, la convinzione che la composizione si giochi su un complesso equilibrio tra immediatezza delle immagini e loro montaggio.

Ascolta “Vera e il Diavolo” su Spotify!
In “Vera e il Diavolo”, il nuovo album, affrontate tematiche profonde e primordiali come il rapporto sogni-divinità-demoni-realtà, e come questi per forza di cose si contaminino lasciando cicatrici e ferite. Vi sentite più Vera o più Diavolo?

Ascoltando il disco viene da solidarizzare, ovviamente, con il personaggio femminile di Vera (ispirato, tra l’altro, alla protagonista del romanzo “Che fare?” di Cernysevskij), ma il punto non è tanto quello di immedesimarsi con l’una o l’altra parte – lasciamo volentieri questa libertà alle ascoltatrici e agli ascoltatori; il punto è il rovesciamento dialettico che porta all’inevitabile compenetrazione dei due personaggi.

A tal proposito, piuttosto che di personaggi si dovrebbe parlare più a ragione di “figure”: Vera e Il Diavolo sono delle maschere che mettono in scena come la fuga e la prigione, l’onirico e il demoniaco, il sogno e la realtà totalità e claustrofobica che viviamo siano, in fondo, inestricabilmente intrecciate; due lati di una stessa medaglia. Si tratta di superare le ragioni dell’opposizione stessa e non tanto di scegliere una parte.

“Vera e il Diavolo” _ Cover
La musica è una via di fuga da una realtà che molto spesso risulta più demoniaca e inquietante di qualsiasi incubo? Pensate sia opportuno che chi si occupa di musica diventi promotore di cambiamento, presa di coscienza e azione contro tutto il male che l’uomo genera?

Purtroppo i poteri della musica oggi sono molto limitati. A noi piacerebbe vivere una realtà in cui il musicista possa svolgere un ruolo significativo all’interno delle dinamiche sociali, ma perché ciò avvenga è necessario innanzitutto cambiare la società, rovesciare certe dinamiche presenti nella cultura di oggi, spazzolare contropelo il senso comune: tutto ciò non ci si può aspettare che venga dalla musica. E la stessa cosa vale, molto probabilmente, anche per altre forme “artistiche” o più genericamente culturali del mondo d’oggi: la letteratura, il cinema, il giornalismo, ecc.

Non si può essere veicoli di cambiamento se non all’interno di un intero movimento di cambiamento in grado di criticare e invertire certe logiche presenti nella società di oggi. Di fronte a questo desolante dato di fatto non ci sentiamo tanto di dire che cosa è opportuno che facciano i produttori di musica (o di letteratura, cinema, giornalismo, ecc.), quanto di individuare, in negativo, cosa è essenziale che non facciano: veicolare il cattivo gusto. Forse è da questo che si potrebbe ripartire.

Avete appena pubblicato il videoclip ufficiale di “Vera’s dream I” con la regia e il montaggio di Sofia Papa, una delle due attrici protagoniste e seconda voce del brano. Come nasce l’idea di due donne che danzando, esorcizzano e chiudono fuori dalla stanza gli abissi della società e la sofferenza di Vera?

Nasce dal testo della canzone e dalle posizioni espresse in essa. Si tratta di posizioni che attraversano un po’ tutto l’album (a partire dal fatto forse semplice, ma non scontato nel mondo d’oggi, di scegliere una donna come protagonista del disco: questa vuole essere una chiara presa di posizione “femminista”). Per il video abbiamo dato a Sofia Papa, nostra amica da molti anni, completa carta bianca: le abbiamo lasciato interpretare e comporre il video come meglio credeva. La cosa interessante è che Sofia ha realizzato il video esattamente come volevamo noi.

Un fatto che ci ha dato molta soddisfazione: da un lato, perché vuol dire che si capisce dove vanno a parare i nostri testi e le immagini che suscitano, dall’altro, perché quando si realizza una simile convergenza di intenti non può che derivarne un’intensa soddisfazione, che fa ben sperare sulla collaborazione artistica e sulla traducibilità reciproca di linguaggi e forme espressive diverse.

Guarda il videoclip ufficiale di “Vera’s dream I” su YouTube!

a cura di
Mariangela Cuscito

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