C’è posta per…vol.4

Tarararararara tun tun tun

Insomma ci abbiamo provato a replicare a parole l’inconfondibile “Love’s Theme” di Barry White, nonché la famosissima colonna sonora del programma che ha fatto della De Filippi l’eroina di tutti i sabato sera (passati a casa) della maggior parte degli italiani.

Noi di Postaindipendente non vogliamo avere la velleità di paragonarci al tv show dalla magica busta, eppure il nome della nostra rivista richiama l’idea di accogliere nella nostra (mail di) posta tutte le nuove proposte del mercato musicale emergente.

È stato impossibile così non dedicare, proprio ai protagonisti del nostro giornale, un format in cui, questa volta, a dover aprire la busta sono proprio gli artisti. Nasce dunque “C’è posta per…”: lo spazio in cui mensilmente accogliamo sui nostri divani virtuali le band o i singoli cantanti che hanno deciso di prendere in consegna una domanda dal pubblico.

La domanda del mese è: Qual è stato il momento della tua vita, la svolta che ti ha fatto pensare “voglio suonare”?

Stifanelli

Mi ricordo, a grandi linee, che all’età di 4/5 anni vidi un caro amico suonare la batteria e ne rimasi folgorato. L’anno dopo infatti iniziai a prendere lezioni fino all’età di 16 anni.
La svolta fondamentale arriva però nel momento in cui, stanco di fare il batterista, decido di provare a comunicare qualcosa che mi appartenesse veramente, suonando la chitarra e scrivendo testi autobiografici.

RadioLondra

Avevo 14 anni ed è uscito “il pescatore di asterischi” di Samuele Bersani che parte così “c’è un quaderno che nascondo, ma non ho mai scritto cosa sei per me, tu mi leggi dentro, io no”
Avevo intravisto la soluzione: ho capito che per parlare, per tirare fuori il casino che avevo dentro non mi bastavano le parole, ci voleva anche la musica. E a quel punto sono arrivate le mie canzoni…

Luca de Gregorio

Diciamo che la folgorazione per la chitarra elettrica e quella per il Blues hanno rappresentato il momento decisivo.
Da lì, infatti, ho scelto di dedicarmi seriamente allo studio accademico delle sei corde, una volta arrivato a Milano.
Successivamente soprattutto in questa città ho sentito l’esigenza poi di unire la mia voce allo strumento, cominciando a considerare l’idea di scrivere e perfezionare i miei brani inediti.
Ed è ciò che continuo a fare anche oggi con sonorita’ totalmente diverse : lavorare cercando di mantenermi in equilibrio, ad occhi chiusi, fra le parole “canta” e “autore”: termini che, uniti, hanno un peso ancora più grosso da dimostrare.

Federico Cacciatori

Parto dicendo, che provo ancora tanta emozione nel raccontarlo. Ero un bambino di 3 anni che fin dalla pancia in qualche modo ha sempre ascoltato musica, vengo da una famiglia dove la musica è sempre stata un po’ il pane quotidiano. Mio padre è un musicista non di professione, ma suona la chitarra da tantissimi anni ed è un grande appassionato di musica. Da piccolo avevo il terrore dei rumori, per esempio a capodanno o durante la feste con fuochi d’artificio che organizzavano qua nella mia città, mi ricordo che nel momento dei fuochi, stavo sempre con le cuffie mi auto isolavo per sfuggire al rumore dei fuochi d’artificio, ma non solo: diciamo che un po’ tutti i rumori mi davano molto fastidio. La musica per me in quei momenti era come una terapia. Così a 5 anni decisi di trasformare la mia paura in un mezzo, andai a scuola di musica a 5 anni dove imparai a leggere e solfeggiare le prime battute musicali. Stavo calmo e buono solo quando avevo due bacchette tra le mani e una batteria davanti, anche oggi in parte è ancora così.
Nella stessa scuola mi misero davanti ad una batteria era di un rosso Ferrari e sue lamiere splendevano con la mia piccola ombra che si avvicinava ad esse, fu amore a prima vista solo dallo sguardo, poi posai le mie piccole chiappette sul sedile, con le mie cortissime gambe mi allungai verso il pedale della grancassa e diedi un colpo. Il mio battito cardiaco aumentò in una frazione di secondo, ed è lì che dissi ai miei genitori:” Voglio fare il batterista!”.
Oggi è ancora così ogni volta che mi siedo sullo sgabello penso ancora al me bambino che se la godeva e se la rideva nel sentire quell’impatto così forte e dirompente che aveva sul mio cuore.

Maseeni

Sono due i momenti che mi hanno segnato, nei quali ho capito che non avrei voluto e potuto fare altro nella vita se non suonare o “lavorare con la chitarra in mano”, come mi piace dire a me.  

Il primo risale a quando avevo 11 anni: non avevo mai toccato uno strumento fino ad allora. Era l’estate del 2005, a mio padre avevano regalato una chitarra classica per il compleanno e io amavo passare il mio tempo a vederlo cantare e suonare le canzoni che da ragazzo, negli anni Sessanta, suonava con la sua band e i suoi amici. Non avevo la minima idea di che cosa potesse rappresentare quella musica, ma ne ero completamente rapito. Un giorno, semplicemente, mi passò la chitarra e mi disse “Prova”. E niente… eccoci qui. Il ricordo che ho di quel pomeriggio, oltre l’afa infernale della pianura padana, è che non potesse esistere al mondo una cosa più bella di quelle corde che tremando al mio tocco emettevano un suono. Il suono. Che spettacolo!

Da quel giorno non smisi più di suonare.

Il giorno in cui capii invece di voler mangiare con la musica fu qualche mese più tardi, quando mia madre mi regalò il dvd di Jimi Hendrix live Woodstock. Mi ricordo ancora le sue parole “Non l’ho mai visto, non ne so molto, ma so che ha segnato la storia della musica”. Cazzo se aveva ragione. Lo guardai tre volte di fila. A quell’età non capisci molto, per quello avevo capito tutto. Jimi mi sembrava felice mentre suonava “Red House” o “Purple Haze” e io volevo essere come lui: felice. Fare il musicista come lavoro mi sembrò una cosa ovvia! E allora ci ho provato…

Oggi sono un musicista, musicoterapeuta e insegnante di musica, lavoro “con la chitarra in mano”, appunto. E questo mi fa andare a dormire sereno la sera. Che dire? Devo molto ai miei genitori e a Jimi!

Emmegì

Io suono strumenti e canto da quando sono piccola, quindi sono nel mondo della musica già da quando avevo 6 anni. Ma il momento in cui ho deciso di riprendere in mano questo, l’ho fatto perché mi era stata data l’opportunità di cantare davanti a delle persone e la reazione era stata veramente impressionante. Da li ho capito che io ero nata per quello, e che nessuno più doveva togliermi questo diritto: vivere la vita che mi meritavo.

Devis Carten

Il momento in cui ho pensato ció è stato sicuramente quello in cui mi sono reso conto che fare musica è forse la cosa che più mi fa star bene. Qualche anno fa ho attraversato un brutto periodo ed è stata proprio la musica ad avere un effetto terapeutico su di me. Passavo le giornate a scrivere e registrare, senza pensare più a quasi nulla. Proprio in questo momento mi sono reso conto di quanto era forte ciò che provavo e quanto mi faceva stare realmente bene. È infatti indescrivibile l’energia che si forma nell’aria quando creiamo o semplicemente suoniamo qualcosa.La vita è sostanzialmente una. A parer mio è giusto inseguire ciò che si desidera davvero, indipendentemente da quanto sia lunga e difficile la strada per raggiungere quel qualcosa. 

Yassmine Jabrane

Non so se c’è stato un momento preciso. Sono sempre stata immersa nella musica, credo quindi sia stato un processo lento e naturale. Ricordo sicuramente però che ho iniziato a scrivere dopo aver scoperto Taylor Swift: non credo che al tempo, per la mia generazione, ci fossero esempi di giovani cantautrici come lei, o perlomeno non li ricordo. Aver visto la naturalezza con cui si raccontava nei suoi brani mi ha ispirato a provare a fare lo stesso, e devo dire che dopo più di 10 anni ancora continua a farlo.

MARĀSMA

La musica è stata sempre presente fin da quando ero piccolo, suonavo ogni cosa che mi circondava e soprattutto mi divertivo ad imitare in cameretta i cantanti con i quali sono cresciuto, da Rino Gaetano e Vasco Rossi fino a Mick Jagger.

Ho iniziato a studiare chitarra a 8 anni, quando i miei compagni di classe delle elementari mi regalarono una piccola chitarra che ancora conservo con gelosia.

KASHMERE

Quando i miei genitori mi hanno portato a vedere il mio primissimo concerto, un live di Edoardo Bennato. Avevo 12 anni, ma suonavo già la chitarra da qualche anno. Eppure, dopo quel concerto, è come se si fosse accesa d’improvviso una lampadina e ad un tratto avessi capito che cosa volessi fare per il resto della mia vita. Così imparai a suonare e cantare contemporaneamente, fino ad iniziare a scrivere i miei primi brani. Sembra così strano pensarci adesso, ma credo proprio che tutto sia incominciato da quella serata, da quel concerto.

AIDA
Quando ho iniziato a dare esami all’università e quando abbiamo scoperto che il mondo finirà (presto).

The Snookers

Entrambi abbiamo una forte passione che ci ha portato da sempre a sperare in una carriera musicale. Ci sono però momenti decisivi che hanno portato la voglia di fare musica a tutti i costi. Federico ricollega questo momento agli anni del liceo in cui ha capito che non gli bastava più rispecchiarsi ed esprimersi attraverso le parole e i suoni di altri artisti, ma voleva creare una sua identità musicale. La svolta di Anita risale a quando ha mollato la facoltà di psicologia per dedicarsi totalmente alla musica, unica professione per la quale sente una vera vocazione.

a cura di
Redazione

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