Apice, “FortApice tour” @ Locomotiv (Bologna)

28 aprile, è un giovedì, siamo al Locomotiv Club di Bologna e ad accoglierci ci sono Apice, per il suo “FortApice” tour e molti artisti che ad ogni data accompagnano e condividono il palco con l’artista spezzino. Stavolta tra i nomi troviamo Ibisco, Rares e Francesca Moretti, insieme anche a Davide Amati e Avarello.

Un bel po’ di gente, no? Non finisce qua, perché il palco è animato da ben cinque musicisti che, Apice compreso, portano sul palco tutta la resistenza di fare musica libera e indipendente, come poco accade in Italia. Sarà stato il mood anni Settanta fatto di “Augh” e piume di pellerossa ad averci riportato un po’ indietro nel tempo, eppure mai concerto fu tanto più catartico da riportarci soprattutto nel qui e ora.

Noi siamo riusciti a strappare all’artista un’intervista, che potrete trovare qui, buona lettura!

Ciao Manuel, è un piacere poterti ospitare sui nostri schermi. Giovedì 28 aprile siamo stati all’ultima data del tour FortApice, innanzitutto come ti senti dopo aver attraversato l’Italia con la band?

Ciao Ilaria! E’ un piacere per me rispondere alle tue domande. Ovviamente stanco – morto – ma felice: abbiamo fatto su e giù per lo Stivale, organizzando da soli un club tour che, ad ogni data, ha provato a ricalcare il concept di “festival”; insomma, un gran bel carrozzone.

Sai che abbiamo coinvolto ventisei artisti della scena emergente nazionale in questo nostro giretto per l’Itala? Giusto per dire che una scena esiste, resiste e si muove anche più o meno compatta. Siamo solo noi, che ne facciamo parte, a dovercene rendere conto.

A tal proposito, infatti, è la prima volta per te che porti in tour un numero di musicisti così numerosi, tra cui abbiamo visto performare Martiny e Sabia (artisti de La Clinica): è stato un po’ come sentirsi sempre a casa…

Sai, la nostra etichetta è un po’ come un grosso frullatore di idee: succede che magari le cose, le persone, nel “mixing” del tempo che passa e delle prospettive che mutano, cambino forma ma non sostanza. Credo che, prima di ogni altra cosa, Clinica abbia una grande fiducia in una famiglia di musicisti che si allarga ogni giorno di più, ma non perde il contatto con le radici.

Alessandro (Martiny) e Angelo (Sabia) sono colonne portanti da anni della tribù, sono rinati prima come musicisti di svegliaginevra e oggi come Indiani Metropolitani sulla mia carovana.

Domani, chissà: il punto, ovviamente, rimane la sensazione di far parte di un qualcosa che va oltre la singola esperienza di tour (che sia con me o con Ginevra) per allargarsi ad una dimensione strettamente familiare. Ci facciamo le cose in casa perché ci piace, e abbiamo la fortuna di avere in casa le persone con cui ci piace lavorare.

FortApice porta con sé il motivo degli indiani e si muove al richiamo di “augh”: da dove nasce questa ispirazione?

La risposta a questa domanda è complessa, e anche un po’ legnosa. Legnosa nel senso che oggi si rischia di prendere “legnate” appena si toccano motivi socio-antropologicamente “rissosi”, che sono tali solo per gli amanti delle risse ovviamente. Allora, parto dal presupposto che il gioco, a mio parere, rimane l’unico modo per liberarsi da schemi e posizioni, da maschere che per sua natura il gioco tende a far cadere. O magari a far salire, ma senza pretesa alcuna di seriosità (che è una parola diversa da serietà) che non sia quella del “gioco”.

Noi abbiamo giocato a fare gli “indiani”, ricalcando in modo voluto quello stereotipo che diventa pericoloso solo laddove non vi sia la consapevolezza di star giocando: e allora torna tutta la linea di comunicazione un po’ “western” curata da Marcello Della Puppa, e torna anche quell’ “augh” stampato sulle magliette; non c’era nessun’altra pretesa “politica”, superficialmente, che non fosse quella di godersi il ritorno al “gioco”, che per noi è la libertà (che non so quanto sia ancora tale) di tornare a suonare.

Poi, ovvio, se uno va a scavare di motivi politici ne trova eccome, ma nei “fatti” e non negli slogan che piacciono tanto ai fan della “seriosità”: per esempio, torno a ribadire che abbiamo fatto uscire “dalle riserve” ventisei artisti che come noi si sono sentiti, in questi ultimi tre anni, recintati nella propria “inessenzialità” e che ora hanno una voglia incredibile di fare “rete” per non perdersi nel grande mare del futuro post-covid. Oggi tutti si prendono (e prendono tutto) un po’ troppo sul serio, e in pochi si accorgono che giocare, in un mondo che va al rovescio, è l’unico modo per cambiare le cose. O magari provarlo a fare. “Essere seri” od “essere seriosi”, tanto per ripeterlo, sono due prospettive diverse.

La musica è catarsi, e infatti anche a Bologna ci hai fatto ballare ma anche emozionare. Quando Sali sul palco lo fai avendo già chiaro in mente quello che farai oppure lasci che sia il flusso a fare il tutto?

Ho già chiaro in mente tutto, ovvero: seguire il flusso. Sennò farei l’attore di posa! O, chessòio, il giudice ai talent.

Speriamo che il tour appena conclusosi non sia che l’inizio di uno più lungo, magari in estate. Vuoi spoilerarci qualcosa?

Che lo spero anche io! Forse se lo speriamo tutti insieme qualcosa succede. Lo spero! Lo speriamo. Augh!

a cura di
Ilaria Rapa

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