Ghiaccio, cantautore artico, è fuori il suo primo disco

La discografia attuale si sa, è spesso costellata di album con pezzi corti, titoli corti, minutaggi brevi, intro corti, insomma, tutto contenuto all’interno di schemi creati ad hoc per far sì che ogni contenuto sia maggiormente vendibile e sfruttabile. Fortunatamente però sono presenti casi di autori che sono in grado di far un passo in più e di distaccarsi da una massa di cose incasellate.


È il caso di Ghiaccio: figlio di un periodo di transizione, in bilico tra rinnovamento e perdita delle passate certezze. L’artista ha lavorato tra il 2019 e il 2020 ad un album scritto bene, prodotto meglio, con suoni molto “artici” come lui ama definirsi, sintomo di un artista che sa cosa vuole trasmettere ed è in grado di farlo in modo molto conscio e naturale.

Ecco qualche curiosità che avevo su Ghiaccio e che gli ho chiesto.

Ghiaccio, cantautore artico, è fuori il suo primo disco
Tanto per spezzare il ghiaccio (simpatico gioco di parole relativo al tuo nome) il tuo album si chiama ” Un Giorno Tutto questo ci farà ridere” e attira subito l’attenzione perché, abituato a titoli molto corti, un titolo così lungo mi ha incuriosito.  Da dove nasce questo augurio? C’entra qualcosa col periodo che stiamo vivendo? 

Questo titolo nasce come una sorta di messaggio per il futuro. Quando si riguarda indietro ai miei problemi e si riesce finalmente a farcisi una risata sopra, vuol dire che fanno veramente parte del passato. Credo che il tempo sia fondamentale per riuscire a mettere in prospettiva le cose e per liberarsi dalle proprie paure. 
In realtà il titolo non ha niente a che fare con il periodo che stiamo vivendo, però credo che parli di una dinamica che si può calare in tante situazioni della vita, in particolare di questi tempi.

L’album si apre con “In Vino Veritas”, il ritornello con la sua ripetitività entra subito in testa: “In Vino Veritas, ma prima medita “. Quanto è stato importante per te questo motto?

Molto importante. Ho preso come regola di vita quella di non parlare di cose che non conosco, credo che se tutti lo facessimo ci sarebbe più ascolto attenzione per gli altri. Purtroppo però viviamo nell’era in cui dire la propria a prescindere sembra inevitabile per affermarsi nella società. Questa canzone è il mio modo di dire “non sono d’accordo”.

L’album procede con “Non farmi più domande”, in questo pezzo, molto sognante e dalle tinte struggenti, si percepisce l’omaggio a Treviso. Il che è particolare perché, se è vero che spesso vengono citate le città nel cantautorato, è vero anche che parlare proprio di Treviso è una scelta particolare.  Che ruolo ha avuto questa città nel tuo percorso? C’è qualcosa di lei che ha influito nella tua musica? 

Treviso è la città in cui sono cresciuto musicalmente e umanamente, da cui mi sono allontanato solo per brevi periodi. Il motivo che mi spingeva sempre a ritornare era proprio la musica, a cui mi sono dedicato fin dalla fine delle superiori con abnegazione. Quando ho iniziato a suonare, intorno al 2009, Treviso rientrava perfettamente nell’immaginario della città di provincia: conservatrice e spenta culturalmente. Quello di cui sono stato parte successivamente, però, è stato un periodo di rinascita dell’underground musicale che è durato dal 2014 a poco prima della pandemia, catalizzato in particolare dal collettivo Sisma. 

Credo che – con tutti i suoi difetti – Treviso mi abbia dato le basi per capire come funziona la musica, dandomi anche la possibilità di cimentarmi su palchi importanti… Magari è lontana dalle possibilità di connessione delle grandi capitali della musica, ma forse proprio per questo mi ha spronato a cercare la mia identità artistica.

L’album si chiude con “Requiem dei pensieri inutili” : pezzo molto interessante, così come mi ha catturato molto il titolo del pezzo. Il concetto di Requiem si porta dietro un concetto funerario ed il pezzo fa riferimenti a pensieri inutili dei quali liberarsi. Nella mia testa questo brano suona come un modo per “redimersi” da certi pensieri e provare a “spiccare il volo”. Ti ci rivedi con questa idea? Cosa cambieresti?  Quali sono per te i pensieri inutili? 

Direi che hai centrato in pieno il concetto della canzone. I pensieri inutili sono quelli che ci spingono verso il basso invece di farci guardare avanti. È il meccanismo che scatena la depressione, un meccanismo infame che negli ultimi anni mi è capitato in diversi momenti di conoscere da vicino. Queste esperienze mi hanno ispirato a scrivere queste parole che di fatto sono un messaggio di coraggio e un invito a non arrendersi, a non lasciarsi andare.

Intanto, complimenti perché il disco è scritto alla perfezione e suona veramente molto bene, vuoi parlarci del tuo team di lavoro? Quanto è importante entrare in studio con una squadra? 

Direi che è fondamentale. Saper scegliere le persone con cui collaborare, che sappiano capire le tue idee e come concretizzarle, può fare la differenza tra un disco riuscito e uno da buttare. Nel mio caso ho avuto la possibilità di affidarmi ad amici che conosco ormai da anni: Marco Ferrante, che è stato il mio compagno di viaggio alla batteria negli Alcesti, la mia band storica; Tobia Della Puppa, un musicista molto talentuoso che ha curato con me la produzione del disco e si è occupato di mixarlo; ed Edoardo Dotta, tecnico del suono che ha registrato tutti gli strumenti acustici del disco, dalle batterie alle chitarre. 

Abbiamo fatto tutto tra le nostre case e una sala prove, ed è stato molto liberatorio per me perché il dramma che vivevo in studio era quello di avere sempre troppo poco tempo per fare tutto. In questo caso invece abbiamo potuto lavorarci con calma e curare tutti i dettagli, credo che si senta.

Arrivati alla fine delle domande, come riassumeresti il disco in quattro parole? 

Pop rock glaciale notturno.

Quali temi volevi approfondire maggiormente con questi pezzi? Ti ritieni soddisfatto?

Essendo nato da una lunga gestazione in cui tra i primi e gli ultimi pezzi ci sono quasi due anni di scarto, mi considero soddisfatto di essere riuscito a mio modo a dipingere una fase della mia vita complicata dalla sua fase acuta fino al momento in cui è comparsa un po’ di luce in fondo al tunnel. Non era un percorso che avevo deciso a priori, questo disco non è un concept album, però sono riuscito a trovare un fil rouge nel raccontare i vari passi del disinnamoramento dopo una storia importante e il faccia a faccia improvviso, ancora confuso e logoro, con le prime responsabilità della vita adulta. È un po’ un canto di addio alla gioventù, che nella sua nascita ha avuto per me una funzione catartica importante. 

Ghiaccio è un’artista sensibile, quasi raro, con una profondità nei testi lampante e una cura nelle produzioni risultato di un lavoro fatto con calma, nel ponderare le scelte e trovare soluzioni con la calma che ha un artigiano nel curare le proprie opere.
Merita davvero un ascolto, anche se probabilmente, com’è successo con me, vi stupirà al secondo. Nel frattempo provo a togliermi dalla testa:” In Vino Veritas, ma prima medita“.

a cura di
Elia Agostini

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