Aigì: “Io che non” e altre amenità del caso

Dopo uno stop di quasi un anno, Aigì torna a far parlare di sé con un singolo che in qualche modo ripercorre i precedenti nel segno di un linguaggio pop che non accenna minimamente a perdere di contenuto e poesia. Abbiamo fatto qualche chiacchiera con l’artista di stanza a Firenze su “Io che non” e altre amenità del caso: buona lettura!

Aigì, dopo “Notte sul Pianeta Terra” e “Piazzale Michelangelo” torni, a distanza di quasi un anno dall’ultima pubblicazione, con “Io che non”. Cosa vuoi raccontare con questo brano?

Questo brano parla di una fase di stallo, in cui non c’è prospettiva di futuro e di conseguenza nemmeno la possibilità di definirsi.

Il testo mette in fila una serie di affermazioni che lasciano intendere che, alla fine, ciò che ci definisce è soprattutto ciò che non siamo. Cosa si sente di essere, oggi, Aigì?

Oggi sento di essere una persona e un artista in felice evoluzione. E questo mi piace, perché cerco di mettere più in discussione me stesso e quello che faccio. Credo sia l’unico modo per crescere davvero.

In qualche modo, mi sembra di poter trovare un collegamento a livello concettuale sul tuo primo brano d’esordio, “Notte sul Pianeta Terra”, e questa tua ultima pubblicazione. È così? Oppure parliamo di due Aigì diversi?

In realtà si potrebbero definire due lati della stessa medaglia. “Notte sul pianeta terra” è un brano che esprime uno sguardo disorientato verso il mondo; “Io che non” esprime invece uno sguardo disorientato verso sé stessi.

Ecco, rimaniamo proprio sulla tematica del cambiamento: quanto senti di essere cambiato in questi mesi, e in cosa.

Credo di essere cambiato molto soprattutto a livello personale. È questo che mi ha permesso di dare nuova linfa alla mia musica. Sono cambiato direi nella disposizione nei confronti di me stesso. In questo ha aiutato la pandemia, che ci ha portato inevitabilmente a fare i conti con i nostri conflitti irrisolti.

Anche l’arrangiamento a livello stilistico ricorda mondi diversi, uniti dalla penna autorale che comunque continua a contraddistinguerti. Quali sono state le principali influenze che, negli ultimi mesi, hanno principalmente influenzato il tuo ritorno discografico?

Penso di essere un ascoltatore molto eclettico. Ho ascoltato molto la musica fondamentale del passato (tra cui i grandi cantautori e le grandi band e gli artisti internazionali), ma anche quella degli ultimi anni con particolare attenzione alle ultime uscite. Credo che la musica oggi nonostante tutto stia vivendo un momento felice proprio per la contaminazione.

Sei un completo indipendente, e a noi questa parola piace eccome. Ma cosa significa, oggi, essere “indipendente”?

Potrei definirmi indipendente puro, perché lavoro in maniera completamente autonoma. Questo ha i suoi pro ma anche tanti contro: i pro riguardano la possibilità di sperimentare molto e di avere la massima “libertà decisionale”; i contro ovviamente riguardano il grosso lavoro a mio carico e tutte le spese che comporta.

a cura di
Redazione

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