“Pensavo fosse amore, invece era un caso umano”: le (dis)avventure di Claudia Venuti

Da piccola, Claudia collezionava figurine di calciatori; da grande, raccoglie casi umani. “Pensavo fosse amore invece era un caso umano” è una raccolta ironica e divertente di disavventure amorose

Conosciamo meglio l’autrice!

Claudia Venuti, di origini campane, vive da quando aveva quattordici anni a Rimini. Inguaribile romantica e sognatrice cronica, ama la musica, i viaggi senza meta, scovare nuovi talenti e sottolineare frasi nei libri. In un decennio di onorata carriera, però, ha attirato come una calamita ragazzi capaci di distruggere in ogni modo la sua definizione di amore. È così che Claudia ha finito per credere di non avere nessuna speranza di incontrare la persona giusta, arrivando addirittura a pensare che il problema fosse davvero lei. A un certo punto, però, ha trovato il coraggio di dire basta e, proprio nel momento in cui ha cominciato a vivere beatamente la sua solitudine ha incontrato davvero l’uomo della sua vita, proprio quell’unica volta in cui mai e poi mai si sarebbe sognata che fosse lui.

Dopo il successo della trilogia “#PassiDiMia”, con Sperling & Kupfer ha pubblicato “Ho trovato un cuore a terra ma non era il mio”, seguito da “Pensavo fosse amore, invece era un caso umano”. Proprio di quest’ultimo ci parla oggi Claudia, che qui su Posta Indipendente ci svela qualche retroscena su se stessa e sulla sua nuova opera.

Ciao Claudia! Innanzitutto, grazie per il tempo che ci dedichi. La prima domanda che vorremmo farti è di carattere generale: cosa ti ha spinto ad iniziare a scrivere per raccontare le tue esperienze di vita personali?

Ciao ragazzi! Questo libro nasce da una promessa che feci a me stessa un po’ di tempo fa: “Prima o poi scriverò un libro su tutti i casi umani incontrati nella mia vita” e così è stato. Per dieci lunghi anni ho avuto a che fare con una serie di disagiati con annessi disagi vari ed eventuali che ho voluto racchiudere in “Pensavo fosse amore invece era un caso umano” e per la prima volta ho scelto di parlare in prima persona, col mio nome e una parte reale di quelle che sono state le mie esperienze sentimentali.

L’ho fatto sia per una sorta di “riscatto personale” se così vogliamo chiamarlo e sia per togliermi qualche sassolino dalla scarpa. Inoltre, per la prima volta, ho potuto sperimentare anche attraverso la mia penna la mia ironia e auto-ironia che negli altri libri non ero riuscita a far venir fuori come avrei voluto.

La copertina ha sia un forte impatto visivo, sia un che di divertente. A cosa è dovuta tale scelta grafica? Cosa intendi comunicare con essa?

La copertina è un mix di elementi che mi appartengono, c’è un cuore viola sul polso che è effettivamente uno dei miei tatuaggi, c’è un calice di vino capovolto e una me rappresentata al meglio dal mio amico illustratore Claudio Castellana che ha saputo illustrare perfettamente ciò che volevo trasmettere. Ho “affogato” spesso i miei dispiaceri in un calice di vino, soprattutto durante gli aperitivi e le chiacchierate con i miei amici, momento in cui raccontavo tutto quello che mi ritrovavo a vivere e allo stesso tempo la mia continua voglia di appigliarmi a qualcosa pur di non dover mollare la presa e abbandonare la speranza che in realtà prima o poi quello che stavo cercando sarebbe arrivato.

Hai incontrato davvero tantissime tipologie di “casi umani”. Riusciresti tra questi a identificare quello peggiore tra tutti?  E, soprattutto, che conseguenze ha avuto su di te la sua vicinanza?

Ognuno di loro ha avuto delle caratteristiche atipiche, il peggiore in assoluto è l’ultimo, quello descritto a fine libro con la sua doppia e forse tripla vita, incerto sul suo orientamento sessuale. Credo sia stato il peggiore anche perché si tratta di un incontro avvenuto pochi anni fa, quando ormai ne avevo viste e vissute abbastanza ed ero convinta di aver imparato e ricevuto diverse lezioni, ma lui da manipolatore narcisista qual era (e probabilmente è) è stato bravo a conquistare la mia fiducia e poi ad ingannarmi.

Le conseguenze della sua vicinanza sono legate a momenti di forte sconforto e totale perdita di fiducia nel sesso maschile e soprattutto nella parola amore. È stato molto astuto ad architettare i suoi comportamenti e le sue mosse, tutte perfettamente studiate ed è stato bravo a mostrarsi diverso da ciò che poi era. Ricordo che in quel momento pensai: “Se non ci si può fidare neanche di una persona che ti dà attenzioni e ti fa sentire importante, desiderata, amata, di chi potrò fidarmi ancora?” Lui ha davvero distrutto ogni mio concetto legato alla parola insieme, aumentando a dismisura la mia paura di soffrire ancora e di lasciarmi andare.

Oggi riesci a raccontare ciò che hai passato con un sorriso e con ironia, ma forse in passato non è sempre stato così. C’è qualcuno che ti è stato accanto in quei momenti, qualcuno che sa tutto riguardo a quanto successo e che ti ha anche accompagnato nella stesura di “Pensavo fosse amore, invece era un caso umano”?

In questi anni sono state tante le persone vicine e sicuramente dietro l’ironia di oggi c’è un grande lavoro su me stessa e un grande supporto da parte di amici e famiglia. La stesura del libro è una cosa che ho vissuto con me stessa, ma per ricordare episodi e momenti ho creato un gruppo su whatsapp con tutte le mie amiche per aiutarmi a ricordare le varie disavventure che per anni e anni hanno dovuto sopportare. Fondamentale è stata anche la vicinanza del mio fidanzato che, essendo stato prima un mio caro amico, conosceva perfettamente tutte quelle situazioni e le loro conseguenze e mi ha spesso spronato nella scrittura e nei momenti di blocco, cercando di tirar fuori quella parte che avevo accantonato.

Se potessi incontrare adesso la Claudia che sei stata, quella persona che magari doveva ancora riprendersi da certe esperienze, che cosa le diresti?

Le direi di prestare più attenzione alle sue sensazioni, le direi di non illudersi continuamente ma di essere più concreta e realista perché sognare e fantasticare è bellissimo, ma poi ci si scontra con la realtà e l’impatto non sempre è facile da vivere e digerire. Le direi di ascoltarsi molto di più, di darsi il giusto valore senza cercare di colmare continuamente le proprie mancanze dando tutta sé stessa senza nessun limite. Bisogna saper selezionare e valutare bene perché le persone non sono come noi e non è neanche detto che vogliano essere come noi.

Le tue storie non sembrano proprio essere finite. C’è qualche progetto chiuso in cassetto che prima o poi vedrà la luce? Se hai voglia di farci qualche piccolo spoiler…

Per ora mi godo i frutti di questo mio ultimo lavoro e non ho ancora pensato ad un nuovo libro, mi piacerebbe scrivere una nuova storia, quella che riguarda il mio ultimo anno e mezzo di vita e che non c’entra nulla con i casi umani ma con l’amore vero, proprio per lasciare un’ulteriore speranza… della serie che alla fine l’amore arriva, anche se a volte, come nel mio caso, la strada per arrivare ad esso è un po’ tortuosa e piena di ostacoli. Ne è valsa comunque la pena.

a cura di
Annalisa Barbieri

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