La morte e il pianto rituale del Cigno

Il nuovo album dell’artista romano Cigno, “Morte e pianto rituale”, è il disco che inconsapevolmente ognuno di noi aspettava da tanto tempo: arriva finalmente il lavoro di un artista originale, impegnato e schierato. Cigno stravolge lo stile dei suoi pezzi precedenti, sperimenta nuove sonorità giocando con le sue varie e particolari influenze. Si pone, infatti, in maniera eccellente tra la ballata, il cantautorato e l‘industrial rock donando una ventata d’aria gelida proveniente dall’est al panorama musicale italiano.

Ciao Diego! Inizierei a rompere il ghiaccio chiedendoti come è andata la presentazione di “Morte e pianto rituale” al Wishlist Club, come ha reagito il pubblico di fronte a questo incredibile ed insolito mix di sonorità?

Si è liberata tramite la catarsi musicale. Soprattutto i più giovani sembrano essere attirati da questa psichedelia. Sento che c’è il bisogno di stabilire un contatto con ciò che non si vede, di far respirare il nostro demone interiore (e non parlo di quello della tradizione cristiana). Abbiamo perso il contatto con il mistero, con l’irrazionale e ieri mi è sembrato che tutti volessero ubriacarsi di musica e danzare come un corpo unico.

Ti sei esibito con un colbacco e hai sventolato una bandiera rossa. Anche dai pezzi si nota una forte affinità con la cultura sovietica. Ci parleresti meglio del legame che hai con essa?

Mi attira nella misura in cui essa, essendo sfuggita all’egemonia anglofona, si presenta scevra da qualsiasi modello o archetipo del mercato culturale occidentale. Uno dei miei film preferiti è “Il colore del melograno” di Sergej Iosifovič Paradžanov, un capolavoro libero e psichedelico. Siamo stati drogati di propaganda americana. Gli antagonisti nei film di Hollywood indossavano sempre colbacchi e con la mia musica mi sento un po’ antagonista dell’ordine costituito musicale vigente.

La vecchia bandiera rossa che sventolavo era dei muratori della CGIL.

A livello sonoro c’è un netto distacco tra il disco e il singolo “Udine”. È stata una scelta voluta?

Non premeditata. Quando in agosto 2021 però ho deciso di chiudere tutte le persiane di casa e di stare al buio a scrivere canzoni qualche presagio già c’era. Sicuramente rispecchia un mio cambiamento interiore netto e radicale. Volevo fare un disco senza compromessi, un disco che avrei voluto ascoltare io stesso in quel momento.

Il manifesto dell’album dice: “Vogliamo tornare a vivere la nostra OSSESSIONE! Le nostre menti sono marce, siamo stanchi di rimanere a casa senza AZIONE. CONTROCULTURA. Solo la musica e il rito ci possono salvare.” Per te, la musica e il rito da soli sono azione e rivolta o sono i detonatori per lo scoppio dell’azione?

Sono azione e rivolta. Ho conosciuto un ragazzo palestinese che vive Italia: non riesce a concepire una canzone se non come veicolo politico. Sta studiando qui Italia per imparare a suonare e tornare in Palestina per sparare agli elicotteri con la chitarra elettrica. Non è molto raro sentire di cantautori palestinesi attivi in politica. Dunque la musica e il rito, nel nostro caso, sono una azione di sfiducia contro l’isolamento sociale del mondo capitalistico. Contro l’estamblishment del mercato musicale, contro l’egementia culturale.

È ora che ricominciamo a parlare di CONTROCULTURA. SVEGLIAMOCI!

Allo stesso tempo rifiuti la concezione dell’arte come merce. Qual è il tuo rapporto con le idee di Pier Paolo Pasolini? Ho notato degli elementi riconducibili al suo pensiero in diversi pezzi.

L’attenzione che Pier Paolo Pasolini, seguendo gli insegnamenti di Gramsci, aveva in senso antropologico verso le diverse e eterogenee culture del proletariato, della gente comune, delle classi meno abbienti, penso che sia molto importante. Loro, comprendendo anche Ernesto De Martino, si approcciavano mai con uno spirito compassionevole, dall’alto al basso (a livello culturale), ma tutt’altro, ossia con una curiosità di studio e apprendimento. Infatti la cultura magica dei riti pagano/cristiani lucani che hanno ispirato principalmente il mio disco è proprio quel mondo che Pasolini già aveva capito essere minato dalla follia devastatrice del consumismo. Qui sicuramente si sono ispirati i miei docu-musica dedicati ai pastori, meccanici, agricoltori che in questo ultimo periodo ho pubblicato. Nel disco ci sono tantissimi riferimenti a queste esperienze: ad esempio sul brano “La fine ‘e l’acqua” si può sentire la voce campionata di un pastore delle montagne ciociare che incontrai in settembre.

Ricollegandomi alla domanda precedente ti chiedo: quanto è difficile salvaguardare queste posizioni “essendo costretto” a dover caricare i brani su piattaforme digitali che mercificano la musica e lucrano sul lavoro dei musicisti?

Luigi Nono, grande compositore avanguardista, in un discorso che possiamo trovare su Youtube come “Il cazziatone di Luigi Nono”, riferendosi a un pubblico che fischiava le sue opere rispondeva che per veicolare la cultura vanno usati “tutti i mezzi a disposizione”.

Nonostante io creda fermamente che i social siano strutturati per far nascere la dipendenza, l’ansia e divisione sociale, dobbiamo usarli per comunicare questa controcultura, finché la gente si trova lì. Io immagino uno Spotify che retribuisca gli artisti in modo adeguato, che non abbia il numero di streaming accanto ai brani, che non abbia il numero di ascoltatori accanto agli artisti, che non abbia playlist di seria A o serie B in cui ambire o meno. Non è l’informatica il male, ma il consumismo.

In “Postcapitalismo” canti “ridatemi le passeggiate/la voglia di toccarti/ e le granate”. In che modo, secondo te, il sistema politico-economico moderno ha influenzato i rapporti interpersonali? Pensi che i sentimenti siano rimasti impassibili di fronte all’avvento del capitalismo o che ne siano stati travolti?

In realtà dico “la voglia di Togliatti” nella versione finale del brano, ma non ti nascondo che nelle prime versione avevo inserito ”toccarti”. Quindi senza disturbare Togliatti, prendo comunque la palla al balzo per rispondere a questa interessante domanda. Siccome i capitalisti ci vogliono “vivi, infelici e soli” io penso che sia meglio essere “morti, felici e in compagnia”.

Accettare l’altro vuol dire rischiare, ma la vita è un gioco, e nel gioco ci divertiamo, e dunque, anche dovessimo cadere nella negazione di qualcosa ben venga. Allora io penso che quella sana voglia di toccarsi, incontrarsi, anche dovesse portare allo scontro la preferisco di ben lunga all’anestesia del politically correct.

Mi ricollego al tema centrale del pezzo “La classe operaia va in paradiso” per salutarti e chiedere il tuo punto di vista sulle mobilitazioni studentesche contro l’alternanza scuola-lavoro in atto in questi giorni.

Penso che andrebbe rivisto l’intero sistema scolastico. Già nelle scuole infatti il profitto viene inculcato tramite la concorrenza del voto numerico. Giudicare le persone con numeri non può funzionare. Infatti l’apprendimento dovrebbe nascere dalla voglia di sapere, la voglia di sapere nasce dalla meraviglia. Dunque nella scuola dovrebbero esserci insegnanti che hanno capacità di meravigliare gli studenti, tramite la dialettica, il carisma, come portali verso una conoscenza che allora diventerebbe un piacere.

E invece “l’obbligo”: ci insegnano subito a sottostare alle regole di un padrone. Ci insegnano subito a essere in concorrenza con il prossimo. Ci insegnano subito ad essere lavoratori sfruttati (vedi l’alternanza scuola lavoro). Dunque questi studenti “protestanti” (ti dice qualcosa questo aggettivo?) non possono che avere la mia stima e il mio rispetto. Niente compromessi ragazzi!

a cura di
Lucia Tamburello

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