I Vendicatori Calvi e il lungo addio a ciò che erano prima con “Casalgrande Alto”

I Vendicatori Calvi nascono nel 2018 a Modena da un’idea di Enrico Sighinolfi (chitarra e voce), Francesco Grenzi (chitarra principale), Elisa Valmori (basso) e Simone Bevilacqua (batteria e synth). Nel 2019 pubblicano il loro primo “Vcalv Ep” in cui possiamo trovare il remaster de “Le luci della centrale atomica”: uno dei brani più conosciuti frutto della carriera solista del cantante. Nel 2020 collaborano con I Randagi nel pezzo “Il Castello Dei Miagolanti”. Dal 12 febbraio è disponibile su Bandcamp il loro primo album “Casalgrande Alto” che dimostra tutta la maturità artistica della band.

Le 13 tracce che compongono l’album si presentano con una veste sonora alternative rock, riconducibile alla scena underground italiana degli inizi del 2000, ma declinata in chiave moderna. La punta di diamante della band sono sicuramente le chitarre: gli assoli presenti in molti brani donano un’impronta originale al disco. I Vendicatori Calvi alternano magistralmente pezzi profondi e poetici a brani più violenti e ricchi di invettiva suscitando emozioni contrastanti. In “Casalgrande Alto“, infatti, si susseguono temi di diversa natura che spaziano dalla critica sociale alle teorizzazioni sul tempo passando per l’immigrazione, l’amore e la pazzia. Enrico ci ha ben descritto il punto di vista della band e la genesi del disco.

Partirei con una domanda abbastanza scontata per iniziare a presentare i Vendicatori Calvi ai lettori di Posta Indipendente: come è nata la band?

Conosco Francesco da quando avevo circa 14 anni. Ognuno di noi aveva all’epoca le sue avventure musicali più o meno di successo. Intorno al 2009 ci siamo a suonare in acustico, ed è lì che è nato il VCAS (VendicatoreCalvoAkaSighi) quindi in realtà la mia carriera solistica è un qualcosa che è vero per modo di dire. Ho proseguito da solo tra il 2013 e il 2016, poi dopo alterne vicende sono finito in Gran Bretagna tornando nel 2018. In quel momento ci siamo ritrovati ed abbiamo allargato la band ai contributi paritari di tutti: Simone è un batterista professionista e suona con Francesco nel loro main project Tyto Alba, Elisa a Modena la conoscono praticamente tutti.

I testi dei Vendicatori Calvi tengono particolarmente conto dell’ambientazione delle scene narrate, cosa alquanto rara nel panorama musicale contemporaneo. In particolare, fate spesso riferimento all’Emilia. Potreste parlarci di questo aspetto?

Ricordo che una volta, tanti anni fa, Emidio Clementi tenne un workshop a cui partecipai stile allievo. Davanti ad un mio testo disse una frase del tipo “sì beh/beh sì/ parli delle tue cose… questo è il tuo mondo bla bla bla ma poi alla gente magari non gliene frega niente…o no?” Credo fosse un suggerimento da parte sua ad avere una scrittura meno narcisistica o forse gli faceva cagare quello che aveva letto. Scrivo di personaggi e situazioni che fanno parte dei miei ricordi e della mia immaginazione. E i luoghi che vediamo sono l’unica cosa che abbiamo tutti in comune.

Esiste una regione di mezzo tra narrativa ed autobiografia, tra ecosistema ed ecologia, e mi interessa stare dentro quel limes lì. Tanto per fare una citazione sbagliata in stile Clementi: alla fine di “Della Morte Dell’Amore” Rupert Everett guarda la strada che da Buffalora avrebbe dovuto portarlo finalmente lontano, a scoprire il resto del mondo e… quella strada finisce in un precipizio! E lì dice: ”Lo sospettavo: il resto del mondo non esiste!”. Si deve scrivere solo ed esclusivamente per sé. Per il sé profondo. Non per il sé che deve prendere un applauso.

Passiamo alla quarta traccia dell’album “Il Re Nero”. Il protagonista del brano ha un tatuaggio particolare. Ci svelate l’arcano che si cela dietro la scritta impressa nella pelle del pittoresco personaggio?

MCMLXXVII è un numero romano che significa 1977. È l’anno in cui in teoria nascerebbe il punk, ma è anche l’anno dove muore Elvis. È l’anno dei carri armati a Bologna ma pure quello delle prime elezioni libere in Spagna. Quello che sembra spesso non è. Un matto forse non è così matto e l’uomo nero forse non è così nero. Oppure è esistito un passato in cui si era presenti ed un presente in cui si è assenti e viceversa. La forza di quel numero tatuato in numeri bianchi sulla pelle scura contiene questo significato. È il cambiamento, il dualismo, il mutamento ed incarna il concetto di relatività.

Anche se la band è nata da poco, singolarmente fate musica da tanti anni. È complicato fare rock nel 2021 rispetto a prima? In che modo è mutato, secondo voi, il mondo alternativo in Italia?

Oggi vanno alla grande i social network. L’intermediazione dei contenuti, che dal mio punto di vista era l’oggetto dell’azione dei cosiddetti media, ieri era arricchita perché vi era un’analisi indiretta dei contenuti fatta da, chiamiamoli esperti; oggi invece viene fatta direttamente da tutti e da tutto. È tutto un dire che ci siamo, che esistiamo, che siamo presenti e che non si può farne a meno, appunto, di essere presenti. Mi manca un casino l’epoca in cui mandavi il demo che veniva recensito da uno studente colto e un po’ arrogante di qualche facoltà umanistica di Bologna e 9 volte su 10 ti massacravano. Ora piace quasi tutto e non massacrano più nessuno in due righe.

Per il resto il rock non so come stia. Dicono che stia bene, che i Maneskin salveranno le chitarre. Io dico solo che se l’icona del mondo alternativo fine anni ’90 inizio anni ’00 finisce a fare il giudice a X Factor è andato tutto al diavolo definitivamente. Però c’è anche da dire che l’Italia è un paese in cui affidiamo alla “scena alternativa” un compito titanico: quello di raccogliere l’eredità culturale degli anni ’60 e ’70 del XX secolo. L’unica cosa che posso raccogliere di quell’eredità è il restare schierato. Io sono e resto schierato senza inseguire il giovanilismo: in questo con l’età si è più credibili. L’altra faccenda importante che segna il passo rispetto a prima è che nel 2001 vivevo per quello, nel 2021 vivo per altro.

Il brano “Pinochet” si conclude con la frase “Sarà anche vero che sto diventando vecchio ma sorrido mentre guardo nello specchio”. Quanto è stato difficile affrontare il popolare pensiero che associa una band emergente a dei componenti anagraficamente giovani?

Noi non siamo una band emergente. Simone è un musicista professionista. Francesco se avesse continuato a fare cover e basta avrebbe tranquillamente campato integrando con quello. Elisa idem. Io posso parlare per me: ho fatto tante cose nella mia vita con la musica, ma non ho mai avuto la totale costanza e dedizione che molte persone mi ricordano di non aver avuto. Ma per il resto, il trentacinquenne che sorride nello specchio sta pensando che nonostante gli anni passano, continua a piantar grane. Non è che ciò che abbiamo fatto ha meno valore perché siamo già squalificati dal “giro organizzato delle band famose” così come “dal week end per famiglie degli emergenti”.

L’elemento centrale dell’album è il tempo. Quali concezioni vi hanno affascinato e influenzato maggiormente per la stesura dei pezzi?

Il disco è un lungo addio a ciò che eravamo prima. È concepito come una sorta di dentro/fuori. È un momento di passaggio ed un risveglio all’alba dell’ultimo giorno. Il fatto che il tempo scorre diversamente per il bruco e per la farfalla. L’idea che la luce che ci arriva dalle stelle, spesso è luce di stelle che non esistono più. E così è possibile che il momento in cui noi baciamo per la prima volta la persona che amiamo, sia visibile nel presente di qualcuno distante una distanza ed un tempo talmente lungo da essere incommensurabile nel nostro futuro. Quindi direi Einstein, Sant’Agostino nel concetto di tempo come dimensione dell’anima, Gabriel Garcia Marquez, Nietzsche e i trascendentalisti americani, Seneca.

a cura di
Lucia Tamburello

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