Noisebreakers: il nuovo progetto di Vince Pastano e Tony Farina

Dopo l’esperimento cinematico d’ispirazione tribal/noise in dialetto lucano “Malacarna”Vince Pastano (chitarrista e produttore di Vasco Rossi) e il cantante Tony Farina tornano con un nuovo progetto discografico: il 28 gennaio è uscito il primo e omonimo album dei Noisebreakers.

Il progetto nasce dalla volontà di approcciarsi al rock e al blues di ispirazione anni ‘70, generi che costituiscono le fondamenta su cui, sia Pastano che Farina, hanno costruito il loro background musicale. Una sorta di ritorno alle origini dove la chitarra viene posta al centro del progetto per un approccio al sound e alla composizione più “da palco” che “da studio”.

L’intero lavoro contiene otto brani che spaziano dal rock chitarristico a ballads piene di pathos, fino a brani blues dalle sfumature psichedeliche.  L’album è missato da Marc Urselli, vincitore di tre Grammy Award e ingegnere del suono di cantanti internazionali, tra i quali troviamo gli U2, Foo Fighters, Lou ReedNick Cave.

Tracklist:

1. A Little Higher
2. Don’t You Want That
3. You’re Always There
4. Dead Calm Sea
5. The Sinner
6. Suicidal Queen
7. I Loved You
8. Abyss

Photographer: Roberto Salemi
L’intervista a Vince Pastano:
Bentornati su Posta Indipendente! Siamo qui per parlare del vostro nuovo e omonimo album. Cosa rappresenta per voi “Noisebreakers”?

Grazie a voi per l’invito. Noisebreakers è il progetto che avremmo sempre voluto suonare ma ci sono voluti anni di maturità artistica per raggiungere questo tipo di minimalismo, apparentemente semplice. I brani nascono con un approccio immediato e musicalmente senza fronzoli, un sound ruvido dettato dall’esigenza di portare nei live ciò che è nel disco. Nessuna base pre registrata, nessun computer.

Quali sono i temi che vengono affrontati in questo album e cosa vi ha spinto a farlo?

Si tratta della solita vecchia storia pentatonica, racconti tipici della cultura blues, a volte ironici, sarcastici o disillusi, blues rauchi, storie d’amore alla deriva, rapporti conflittuali, desideri non corrisposti, a volte urlati disperatamente o bisbigliati sommessamente in bilico tra la crisi mistica e un barlume di sogno e di speranza.

In questo album troviamo un approccio al rock e al blues, generi che costituiscono le fondamenta del vostro background musicale: una sorta di ritorno alle origini. Cosa vi ha spinto a tornare alle vostre radici?

Il progetto precedente a questo (Malacarna) è stato accolto dalla critica musicale in maniera incredibile. Quando sei andato così a fondo verso la ricerca etno musicale e nella sperimentazione sonora non si può fare altro che ripercorrere la strada delle proprie origini. Per origini, nel contesto dei Malacarna si intendevano quelle della propria provenienza geografica mentre qui c’è un rimando alle origini dei nostri ascolti.

La seconda traccia “Don’t You Want That” ha oltre 10 anni, ma mentre il testo è rimasto identico il sound è cambiato. Perché questa scelta?

Una scelta semplice, ne abbiamo stravolto l’arrangiamento originario tenendo gli elementi più convincenti rispetto alle nostre vedute musicali attuali. Il testo era molto a fuoco, con un tema semplice ma molto coerente allo stile. Ciò che mancava era un riff monolitico di chitarra che facesse scuotere la testa dell’ascoltatore ed un ritornello un po’ più ipnotico rispetto a come era nata. Direi normale amministrazione in un processo di creazione.

Qual è stata la canzone più difficile da incidere? Qual è stata invece la più divertente?

Non credo ci sia mai il pezzo facile da registrare perché è sempre il proprio aspetto critico a rallentarne tale processo. ‘I Loved You’ è uno dei brani più impegnativi circa l’interpretazione testuale mentre ‘Dead Calm Sea’ lo è per l’arrangiamento orchestrale.

“Dead Calm Sea”, quarta traccia dell’album, nasce come interludio strumentale per il tour di Vasco Rossi del 2018. Un brano scenografico, con orchestra e cantante lirica. Quali esperienze ha portato questo particolare episodio nella creazione dell’album?

Nell’album ci sono due brani completamente estranei al contesto delle tracce principali, fra questi c’è “Dead Calm Sea”. In generale nel disco si respira aria di hard rock ‘70, blues, psichedelia ma sentivamo la necessità di rigenerare l’ascolto stesso dell’opera (supponendo ci sia ancora qualcuno che ascolta dall’inizio alla fine..) attraverso atmosfere più tridimensionali, più ambient. Sono brani a cui teniamo, melodie struggenti e maturate nel cassetto, suoni che ti portano ‘altrove’ con la mente.

“ I Loved You”, settima traccia di “Noisebreakers”, è come uno sfogo grazie al quale accettare la sconfitta ed uscire dalla frustrazione causata da un grande amore che però non si è rivelato tale. Che rapporto avete voi invece con la sconfitta? In ambito musicale avete mai avuto delle delusioni? Anche durante la creazione di questo album?

La sconfitta, in relazione ad ogni contesto, fa parte del percorso di tutti e se viene accettata ne determina anche la propria crescita. Chi vive in un ambito musicale sa di percorrere una strada sempre in salita a cui è richiesto il massimo delle energie mentali. L’ambizione per noi musicisti è vita stessa ma a volte è mascherata da una tenera illusione fanciullesca, cioè quell’idea di ‘potercela fare’ in un contesto esterno oramai privo di reale interessi; e questa, a livello culturale, è la più grande sconfitta di tutti noi.

Quali obbiettivi vorreste raggiungere con “Noisebreakers”?

Suonare questo disco il più possibile.

Photographer: Roberto Salemi
Segui Vince Pastano anche su Instagram!

a cura di
Noemi Manzotti

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE- Malamore fuori ora con Malavita
LEGGI ANCHE- Ricky Ferranti racconta “Vita a spanne”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.