Il folk blues in chiave napoletana dei The Rivati

Sono usciti lo scorso anno due progetti collegati dei The Rivati: “Napoli Folk Blues, Vol. 1” e “Napoli Folk Blues, Vol. 2”. Il gruppo ha scritto questi pezzi durante la pandemia, creando qualcosa di originale e allo stesso tempo classico.

I The Rivati si definiscono come i Rocco Siffredi della musica napoletana. Nei loro lavori mischiano la black music, il cantautorato italiano e la tradizione napoletana creando così un mix di suoni originale e curioso. Sono attivi sulla scena da 10 anni e sono parecchio apprezzati soprattutto nella zona campana della penisola. Hanno ricevuto il premio San Gennaro nel 2016 e ottenuto una nomination al premio Tenco per la categoria “Disco in dialetto“.

Hanno prestato la loro musica anche per il grande schermo facendosi conoscere sempre di più e arrivando a farsi apprezzare in tutta Italia. Gli artisti hanno parlato della nascita del progetto dicendo:

“L’idea di lavorare a un disco acustico è sempre stata nella nostra mente, ma è uscita fuori in questo periodo quasi per necessità, durante la pandemia da Covid19. Con un forte istinto di sopravvivenza ci siamo adattati e rimodellati per continuare a fare musica sia in studio che dal vivo”

Il disco è infatti un progetto interamente unplugged, ovvero non amplificato elettronicamente e interamente acustico. Il progetto è diviso in due parti strettamente collegate tra di loro. Per restare in tema Napoli, e quindi mare, l’albero maestro che conduce il sound dell’album è lo stesso, cambia il resto della nave.

Copertina Napoli Folk Blues, Vol.1

Questo perché nel primo volume i marinai sono solo Paolo Maccaro e Marco Cassese, mentre nel secondo volume è presente tutta la ciurma dei The Rivati. Questo fa sì che il sound e la direzione siano certo gli stessi, ma cambino certi particolari; la strumentale del secondo volume è più strutturata e ricca di suoni per fare un esempio.

Per chi non è originario della Campania, o comunque non è cultore del dialetto napoletano, questo disco lo si può apprezzare particolarmente dal punto di vista delle sonorità e dall’utilizzo sapiente degli strumenti scelti. Le parti strumentali, senza cantato, sono diverse e ti aiutano ad apprezzare l’uso degli strumenti musicali di questi tempi, dove la maggior parte dei suoni viene invece campionata tramite software.

Napoli Folk Blues, Vol. 2

Non che questo sia male, ma ogni tanto tornare a sentire veri strumenti musicali, raw, allo stato brado non può che rinsavire l’animo. D’altra parte, il cantato è in perfetta sintonia con il resto delle canzoni, classificabile quasi come un ulteriore strumento d’accompagnamento nella riuscita delle tracce.

Il genere dei due EP lo si può ben intuire dal titolo. È un disco ideale per rilassarsi e stare tranquilli, non da ascoltare di certo in mezzo a una pista da ballo o per festijare, per rimanere in tema. È probabile che questo progetto sia stato concepito con l’obiettivo da parte della band, di voler creare un qualcosa per calmare gli animi demoralizzati ed esacerbati dalla pandemia. La situazione ideale è sentirselo in macchina per viaggi lunghi, magari per le vie di Napoli, o in casa come sottofondo per ravvivare l’ambiente.

Ascolta i due EP su Spotify.

L’uso dell’armonica è uno degli aspetti che può mandare più su di giri in questo album. Non è uno strumento convenzionale e gli assoli che si sentono durante certe tracce dell’EP sono magici. Se cercate pezzi più tranquilli ascoltate “Ninna Nanna” e “All’alba” nel secondo volume, mentre nel primo volume sono consigliati “Sorellì” e “Blues Vecchio”. Se volete invece tracce più ritmate e cariche, non potete perdervi “Pigliate stu blues” nel Vol.1 e “Faccio abuso” nel Vol.2.

Per tirare le somme sicuramente è un album da ascoltare per chi è amante del genere, mentre può essere una piacevole scoperta a chi piace esplorare generi nuovi e sentirsi musica di nicchia, ma di qualità. Il primo volume è più semplice del secondo e può colpire per questo motivo, con la sua semplicità ti arriva direttamente. Il secondo volume invece con strutture sonore più ricercate, può regalare all’orecchio un piacevole ascolto da godersi in tranquillità. Tocca aspettare che riprendano i live per andare in qualche club a godere di questo progetto, magari in un saloon stile anni ’50.

a cura di
Luca Montanari

Seguici anche su Instagram!
LEGGI ANCHE – “Teresa”: intervista a Marcello Giannini
LEGGI ANCHE – “Canzoni da museo”: il progetto artistico di Roberta Giallo che unisce poesia e musica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.