Vinnie Marakas vive in un “Disagio Mediterranée”

“Disagio Mediterranée” non è un nuovo romanzo della nouvelle vogue francese, ma il nuovo singolo di Vinnie Marakas, giovane promettente artista della cricca di Dischi Sotteranei. Affascinati dal suo nuovo brano e dalla sua filosofia trascendentale e stroboscopica, abbiamo cercato di metterci in contatto con lui e i suoi chakra. Il risultato potete leggerlo qui di seguito!

Ciao Vinnie benvenuto su Postaindipendente! Il 15 dicembre pubblichi il tuo nuovo singolo “Disagio Mediterranée”, un titolo che ha in sé la decadenza ma allo stesso tempo un non so che di nouvelle vogue: mi sbaglio?

Per quanto riguarda la decadenza direi che non ti sbagli, possiamo anzi dire che non solo il titolo, ma ogni cosa ha in sé la decadenza, sia essa in atto o in potenza. È tutto compreso come in un villaggio turistico. Danziamo sulle macerie di concetti, idee, tradizioni. È la profanazione del Tempio.

Come nasce dunque “Disagio Mediteranée”?

Questa è una faccenda lunga ma davvero bizzarra.

Ormai qualche anno fa ero naufragato a Cefalù scampato a una tempesta emotiva piuttosto insidiosa, proprio come Ruggero d’Altavilla, Re di Sicilia nel XII secolo, conosciuto anche come Ruggero il normanno.

Ispirato da questa coincidenza mi recavo alla famosa Cattedrale della Trasfigurazione, da lui fatta edificare come voto per essere sopravvissuto alle intemperie. Insomma, mentre mi perdevo tra i mosaici bizantini dell’abside qualcuno o qualcosa, mi batte sulla spalla. Mi giro e chi mi trovo davanti? Proprio lui, Ruggero, che con voce calda mi invitava a seguirlo.

“Vieni via con me”, mi dice, e io lo seguo fuori dalla basilica, a piedi per le strade del paese. Entrammo in quello che sembrava una casa abbandonata ricoperto di vegetazione e mi accorsi stava parlando in un perfetto inglese con accento britannico. “I’ll show you something” disse, quello che credevo essere Ruggero d’Altavilla ma che ora aveva tutte le fattezze di Aleister Crowley. Aperse una porta e fu allora che davanti a me vidi il mare, vidi l’alba e la sera, vidi un labirinto spezzato, infiniti occhi vicini che si fissavano in me come in uno specchio, vidi tutti gli specchi del pianeta e nessuno mi rifletté.

Allora uscii, ed era il 1957.

Quali sono gli artisti italiani e non a cui ti ispiri ultimamente e che ti hanno aiutato a mettere giù le note delle tue canzoni?

A mettere giù concretamente le note mi ha aiutato Richard Floyd, che ha curato la produzione di tutti i brani pubblicati finora, e di quelli che usciranno presto. Ci tengo a dire che oltre ad essere un musicista dalla spiccata sensibilità, è anche un eccezionale domatore di testudinati.

Se devo fare due nomi d’ispirazione, come attitudine soprattutto, allora direi Gainsbourg, Ferretti, Jannacci. Non so se Fulcanelli sia mai stato musicista, ma ci metto anche lui. O lei?

Il singolo è accompagnato anche da un video, anch’esso peculiare e folle a suo modo: come è nata l’idea alla base del video?

Con Tommaso Ferrara, che ha diretto il video, volevamo raccontare un mondo immaginifico e desolante, un’epoca futura mai accaduta, che poi è quella che viviamo tutti i giorni, nella “quotidianitè”.

Ci siamo dedicati per diverse settimane a costruire la metafisica di questo mondo, prestando attenzione a quali oggetti dovevano esistervi. Trovati tutti, li abbiamo ammucchiati e ne abbiamo fatto un falò. Non si pensi al fuoco classico, tradizionale, rosso e giallo. Era un fuoco verde, lunare, chiamato “Virditas”, con la sbalorditiva qualità di trasformarsi in un liquido potabile, che tra l’altro si vede ad un certo punto nel video.

Avendo bruciato tutti gli oggetti che dovevano esistere in quel mondo, siamo passati a tutti quelli che non dovevano esistere, che poi erano quelli che ci interessavano veramente.

A quel punto ho chiesto a Padre Bio di inscrivere sugli abiti i sigilli che ci servivano per poter rendere vivo quel mondo, cosa che ha fatto splendidamente, e infine è bastato accendere la videocamera.

Ti piace definirti come profetico, o persino magico. Dunque, visto che ci avviciniamo alla chiusura dell’anno, hai qualche auspicio particolare, magari sul mondo della musica, per il 2022?

La categoricitè è anch’essa una pubblicitè, una di quelle macerie di cui parlavamo prima. Non amo la definizione, preferisco l’allusione, l’evocazione dell’indefinibile.

Se proprio debbo, allora io sono il Mentitore, ciò che vedo e ciò che dico sono veri e falsi allo stesso momento: “le ombre oblique sul pavimento di una serra, tigri, stantuffi, bisonti, mareggiate e un globo terracqueo tra due specchi che lo moltiplicano senza fine.”

a cura di
Ilaria Rapa

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