La provincia vista con gli occhi dei Leuna

I Leuna, Benedetta Pascali e Donato Carmine Gioiosa, si incontrano per la prima volta nel 2017 al Cet ovvero la scuola per cantautori di Mogol. Da lì nasce una collaborazione basata su testi introspettivi e sognanti e sonorità elettro-pop. Li accomuna soprattutto l’amore per la scrittura e il legame con i temi trattati nei loro testi. La loro poetica si basa principalmente sull’equilibrio tra illusioni e realtà, sulla lontananza e sull’ottimismo tipico del periodo universitario. In particolare, vengono evidenziate le origini salentine e lucane dei Leuna per raccontare la vita di provincia. Il 4 febbraio è uscito il loro primo singolo “Azkaban” seguito il 30 settembre da “Naftalina”.

Il secondo singolo dei Leuna nasce in un solitario mercoledì sera di settembre in provincia. La mancanza di compagnia porta ad una profonda riflessione sul luogo in cui si ci trova e ad una mistica unione con esso. Viene contemplata e venerata la monotonia e l’immutabilità del piccolo paese del sud Italia. “È la canzone di chi, alcune notti, si guarda allo specchio e non sa chi ha davanti”.

Per conoscerci meglio, vorrei iniziare l’intervista chiedendovi banalmente come mai avete deciso di chiamare il vostro duo Leuna?

Abbiamo scelto il nome del nostro duo in maniera abbastanza peculiare: è stata una scelta prima molto impulsiva, poi molto celebrale. Ad un certo punto, in una nostra discussione, è venuto fuori questo termine “Leuna”, poi abbiamo scoperto che era uno dei pochissimi nomi che aveva lo stesso significato nei nostri dialetti, rispettivamente salentino e lucano.

I nostri dialetti, le nostre lingue, fanno parte della nostra identità umana ed artistica: abbiamo battezzato questo nome perché, concettualmente, il nostro progetto è formato da due persone con una forte identità. Queste identità si incontrano, si accarezzano e si toccano, ma rimangono comunque ben visibili e distinguibili, proprio come avviene all’incrocio tra i mari a Santa Maria di Leuca. Ci siamo invaghiti prima di questo concetto e poi del nome vero e proprio che rimanda anche ad una dimensione notturna, per noi molto importante e suggestiva.

Il vostro ultimo singolo “Naftalina” parla di un ragazzo di provincia che non si comportava come i suoi coetanei, ma sognava di svegliarsi ne “Le notti bianche” di Dostoevskij. Come mai avete scelto proprio questa opera?

Naftalina è un po’ la canzone di chi è “diverso”, di chi ha troppo la testa tra le nuvole, per pensare alle cose pragmatiche della vita. È una canzone molto sognante e – a proposito di sognatori – quale esempio migliore di “Le notti bianche” di Dostoevskij? In quest’ottica Nasten’ka rappresenta la musica e la scrittura; un incontro completamente casuale che dà al protagonista il coraggio necessario per esprimere le sue peculiarità.

La musica, ed in particolar modo il momento della scrittura, conferisce alla protagonista di “Naftalina” la forza di confessare tutte le sue splendide debolezze e tutte le sue splendide turbe: conferisce la forza di urlare il suo essere “diversa” dal mondo – statico – che la circonda.  Tornando a “Le notti bianche”, poi, l’apparizione di questo misterioso uomo che contribuisce alla disillusione del sognatore, è rappresentata nel finale di Naftalina, dalla consapevolezza di “guardarsi allo specchio e non sapere chi ho davanti”.

Se il protagonista del vostro testo fosse nato in una metropoli, avrebbe avuto una vita migliore?

No. Non crediamo si tratti di migliore o peggiore, da te stesso non scappi ed il più delle volte non basta immergerti nel caos della città per nascondere il rumore dei tuoi pensieri. Crediamo che il protagonista del nostro testo sia stato anche molto felice di crescere in un ambiente di provincia, a contatto con la natura e con un sistema di valori e di affetti molto particolare.

Crescere in provincia, tra le altre cose, può farti sentire “diverso” – come spesso accade –  ma può anche farti sentire “unico”. E lì cambia tutto. Certo, ad un certo punto il protagonista sente l’esigenza di uscire da quella “splendida monotonia” che la provincia italiana rappresenta, ma se da un lato questo rappresenta l’occasione per scrivere un pezzo simile, dall’altro Naftalina porta ad una consapevolezza: da te stesso non scappi. E poi, citando Pavese, “Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via”.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi per un musicista che vive in provincia?

Un musicista di provincia è sempre abbastanza coccolato dai suoi conterranei, gli viene offerta una sorta di protezione: puoi crescere molto, con i tuoi tempi e le tue modalità. Resti in una zona “protetta”. Lo svantaggio potrebbe essere quello di rischiare di predicare nel deserto, di non costruire una rete con la quale collaborare e nella quale affrontare una crescita reciproca. Dipende sempre dai casi, tuttavia: nel liceo che ha frequentato Gioiosa, ad esempio, in una cittadina lucana, negli anni si sono sviluppati diversi progetti musicali, tutti molto strutturi ed interessanti. Insomma, dipende dalle circostanze.

Quali sono i vostri progetti per il futuro? Avete delle date in programma?

Nei prossimi mesi uscirà sicuramente un nuovo singolo, e poi – chissà – magari un Ep in primavera. Attualmente ci stiamo occupando di vivere la nostra vita extramusicale, per poi tornare a casa e raccogliere tutte le nostre esperienze in nuove canzoni. È una fase molto stimolante del nostro giovane progetto: possiamo essere tutto ciò che vogliamo, esprimere tutte le sfaccettature del nostro mondo e abbiamo ancora tanta possibilità di sperimentare tante modalità musicali e testuali. Ecco, nell’immediato futuro abbiamo tanta voglia di continuare a far musica, di esprimerci e di esporci in maniera autentica.

a cura di
Lucia Tamburello

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