Atlante, finalmente il 26 novembre esce il nuovo disco: “Paure/Verità”

Chi frequenta i concerti indipendenti di mezza Italia, quei contesti dove gli artisti hanno davvero la possibilità di esprimersi e di portare avanti le proprie idee musicali, ha sentito parlare almeno una volta degli Atlante.
Un power trio di Torino, che è in grado di fondere una serie di influenze musicali molto disparate, grazie anche alla poliedricità dei tre musicisti.
A novembre 2021, esattamente il 26, esce “Paure/Verità” il loro secondo disco e noi abbiamo deciso di chiedergli un po’ di cose.

“Paure/verità” è un album molto forte, non c’è la paura di spingere con le chitarre distorte, il disco suona molto suonato, che non è solo un gioco di parole e nel 2021 questa cosa non è per nulla scontata.
Il punto è che nonostante ci sia una spinta rock molto forte, il disco suono molto “pulito” e fresco e riesce a presentare un connubio molto bilanciato tra cantautorato, rock appunto e sperimentazioni, presenti in molti elementi, tra cui il sound della voce che in questa band è molto caratteristico.

Ciao Ragazzi, partiamo con una domanda semplice ma non banale: Come state?

Carichi di lavoro ma bene! Ci è mancato non essere stressati dalla quantità di cose da fare. E poi a breve riprendiamo a suonare live, quindi nulla di meglio. L’album si chiama “paure/verità” per il fatto che le prime corrispondo alle seconde e viceversa.

Il disco si intitola:” Paure/Verità”, quali sono le vostre paure e quali sono le vostre verità?

L’album si chiama “paure/verità” per il fatto che le prime corrispondo alle seconde e viceversa.
Tutte le paure che si possono intravedere nei testi del disco sono le stesse che se accettate ed esorcizzate diventano le verità sulle quali basare la propria sicurezza. Diciamo che questi due ultimi anni hanno aiutato ad alimentare il vortice di paura e insicurezza che i giovani possono sentirsi addosso. È un album di risposta al periodo storico che siamo vivendo: la paura di rimanere soli, l’ansia per lo scorrere del tempo che sembra non bastare mai. La nostra risposta a tutto questo è semplice: fermarsi e affrontarle.

L’album si apre con “Crociate” pezzo molto interessante. Mi ha colpito molto “Materia” però, il pezzo pullula di paura sul futuro e di riferimenti alla materia, appunto titolo del brano e della disintegrazione della stessa. La domanda che mi risuonava in testa è: in cosa avete paura di crescere? E soprattutto, perché sentite di aver bisogno di esser salvati e perché avete paura di perdere la vostra libertà?

Claudio: Materia è un brano che ho scritto ormai più di due anni fa, in un periodo di transizione critico. Il tipico periodo in cui ti chiedi “cosa sono e cosa ci faccio nel mondo”. Il testo ruota attorno all’idea di libertà. Che cos’è? Perché seppur essendo un uomo libero non mi è comunque permesso di uscire dai confini del mio corpo? Allora ecco che con la nascita scendiamo al compromesso di essere chi siamo e nient’altro. Nascendo perdiamo la libertà. Per fortuna sono riflessioni che non emergono spesso, altrimenti sarebbe molto più difficile accettarle.

Un altro pezzo che colpisce tanto è “l’inizio è la mia fine”, in un certo senso nel flusso narrativo dell’album, mi è sembrato che questo pezzo si unisse al precedente, cioè alla domanda “Dimmi cosa resterà quando la materia si disintegrerà?”, questo pezzo chiede:” non credi che dovresti accettare, che tutto intorno a noi dovrà finire?” Però in questo caso, questo pezzo è come se volesse dare delle risposte positive, come quando dite: ”Ricominciare a respirare”. Questo brano mi ha dato l’idea di voler un po’ esorcizzare certe paure e preoccupazioni: “Se l’inizio è la vostra fine, pensate anche che la fine sia l’inizio di qualcos’altro?

L’inizio è la mia fine rappresenta la ciclicità. La vita, il raggiungimento di un obiettivo così come l’amore, hanno in comune un inizio, uno sviluppo e una fine, a cui inevitabilmente corrisponde l’inizio di qualcos’altro. Il brano nasce dagli strascichi lasciati dal libro “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani: una visione terapeutica su come affrontare la vita, il cambiamento e la fine, invertendone il titolo ed in parte anche il contenuto: Se la fine è un inizio, l’inizio stesso porta necessariamente ad una fine. Si collega effettivamente molto alle tematiche di “Materia”, ma ci verrebbe da dire con un filo di speranza in più. Nel ritornello si respira sicuramente un’aria positiva, legata a quando nella vita inizia qualcosa di nuovo, dandoti lo stimolo di ricominciare a credere e ad amare.

“Se è vero che tutto fluisce”/“Non è vero che tutto finisce” /” a volte cambia anche il sentimento”, queste sono alcune frasi di ”Resti”. Questo pezzo mi è sembrato come se desse delle risposte positive agli interrogativi degli altri brani e mi ha fatto pensare a come tutti i brani sembrano essere un contrasto eterno tra: inizio, fine, vincere, perdere, nero, bianco ed è come se questo concetto fosse suggerito anche dal nome dell’album, quanto sono importanti per voi i contrasti in queste canzoni?

Sull’ambiguità dei testi dobbiamo darti ragione, raramente cerchiamo di dare risposte e quasi sempre apriamo degli interrogativi difficili da risolvere. Può essere bianco o nero, nel dubbio ci scriviamo una canzone sopra che possa portare a riflettere noi e chi altro la ascolterà. Resti invece ha un duplice significato. La coniugazione della seconda persona presente del verbo “restare” e il sostantivo atto ad indicare i resti materiali lasciati da un evento. Questa canzone tratta la fine di un rapporto, di come sarebbe potuto andare e di come realmente è andato. Parla dei residui che una relazione lascia dentro e di quelli che rimangono a terra dietro di noi.

L’album si chiude con ”Sarebbe bello”, io non ho potuto fare a meno di notare un po’ di richiami ad alcuni lavori di Niccolò Fabi e sentire questo richiamo in un disco come questo, mi fa pensare alla complessità di riferimenti musicali che possono esserci dietro ad un disco. Quali riferimenti vi hanno guidato di più nel vostro percorso?

Niccolò Fabi è uno dei nostri riferimenti da sempre, sui testi quasi sicuramente il principale.
La sua narrazione è semplice, discorsiva, profonda ed emozionante. Abbiamo imparato tanto da lui.
Dal punto di vista musicale ci sentiamo di dire che attingiamo da ascolti molto differenti, sia in quanto ognuno di noi ha gusti differenti, sia perchè i punti in comune sono pochi e spesso distanti. Tra tutti, gli artisti che più ci hanno condizionato nella scrittura di questo album sono i Verdena, Bon Iver, Pinegrove, lo stesso Niccolò Fabi, ma anche in maniera molto trasversale e nascosta artisti come John Hopkins, Apparat e molti altri.

Volutamente non abbiamo fatto altre domande sui brani perché è un disco che merita di essere ascoltato e di suscitare pensieri e sogni nell’ascoltatore.
E’ un disco, ricco, pieno di sfaccettature, con una gestione ottima dei momenti e dei mood, suona molto fresco e attuale, ma soprattutto assolutamente riconoscibile e anche questo, come l’intero disco, nel 2021 non è scontato.

a cura di
Elia Agostini

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