“Aceto“, il nuovo singolo dei Carthago

Aceto“ è il nuovo singolo dei Carthago, band torinese nata nel 2018.

Già dal primo ascolto emerge un sound personale che fonde influenze derivanti dal rock e dal punk classico, ma anche dall’hip hop, trap e spoken world. Dal punto di vista testuale, invece, i Carthago si mostrano ora introspettivi e malinconici, ora più cinici e disillusi, mantenendo, però, una sorta di ostinata speranza di fondo.

Nel 2019 la band pubblica il primo EP “Kokoro“; subito dopo i Carthago si uniscono alla famiglia Pan Music e pubblicano, nel 2020, il primo singolo con la nuova etichetta “La città“.

Ciao, ragazzi. Nel preparare questa intervista, ho volentieri ascoltato la vostra musica. La prima cosa che mi è saltata all’orecchio è stata il vostro sound molto personale, ricco di commistioni che vanno dal rock classico alla più contemporanea trap. A sezioni musicali spesso energiche, fanno da contraltare i testi delle vostre canzoni, ora introspettivi e malinconici, ora cinici, ma sempre con una sorta di speranza di fondo. Chi sono oggi i Carthago e come sono cambiati – se sono cambiati – in questi anni?

I Carthago sono Ale, Fi, Muzz, Andre e Giuse. In questi anni sono cambiate tante cose, ma forse in modo più silenzioso di quello che sentiamo. Certamente siamo maturati musicalmente rispetto agli inizi e abbiamo anche approfondito sempre di più la conoscenza tra noi, che sembra scontata, ma non lo è mai quando ti impegni e lavori con altre quattro persone con le loro vite e le loro personalità. Ci vogliamo molto più bene e abbiamo sempre più voglia di suonare, non importa quanto tempo passi.

Il vostro ultimo singolo si chiama Aceto ed è stato pubblicato in una data abbastanza emblematica dato il tiro del pezzo: il 31 Agosto. Ci raccontate un po’ la genesi di Aceto? So che c’è un aneddoto che riguarda due chitarre, una sala prove e una ZTL…

Ale voleva scrivere un pezzo e Giuse aveva un giro di accordi perfetto. Si sono incontrati un pomeriggio di agosto in una vecchia sala che avevamo in Via Pietro Micca. Ale non riusciva proprio a trovare parcheggio quel giorno e girando e rigirando, ha oltrepassato la ztl (per l’ennesima volta tra l’altro). Non molto eroico e nemmeno così romantico. Ci siamo rimasti male per una settimana ahah.

In una stagione, quella estiva, in cui la maggior parte della musica pubblicata narra della spensieratezza, della libertà, del mare e dei balli in spiaggia, voi fate una scelta diametralmente opposta. Parlare di – detto fuori dai denti – quanto faccia schifo agosto, con una malinconia di fondo celata da una sorta di sorriso che arriva forte e chiaro all’ascoltatore, è sicuramente una scelta fuori tendenza, che personalmente ho molto apprezzato. Come ci si gode quel periodo dell’anno, sapendo che prima o poi finirà?

Con la consapevolezza di non poter cambiare le cose: quel momento arriverà sempre, e meno male! Significa che saremo in qualche modo rimasti gli stessi dell’anno prima, almeno un po insomma. Sapendo che è inutile struggersi volendo cambiare le cose, desiderando che la spensieratezza duri in eterno, fa spazio nel cuore al fatto che sia meglio investire il proprio tempo nel godersi quei momenti, più che rimpiangerli prima che finiscano. 

«Con la sinistra stringo il manico tanto forte/ quanto il timore del futuro che incombe/ del domani che ci assorbe”. La fine dell’estate, tutto ciò che accade dopo il 31 agosto, genera un sentimento di turbamento, di rassegnazione, a cui si aggiunge l’inevitabile paura del futuro. Quel futuro che tanto ci turba – settembre – è già qui, come lo vivranno i Carthago?

Facendo musica e suonandola. Ridendo, piangendo e facendo quello che amiamo fare, e a volte odiamo. Vivremo, un po’ come tutti. Cercheremo di parlare e suonare di ciò che ci sta a cuore e di trasmetterlo a chi ci ascolterà. Vvb

Grazie per le domande!

A cura di
Donato Carmine Gioiosa

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