The Dead Man in L.A. una “rinascita” sotto il sole della California

Il progetto The Dead Man in L.A. nasce da Francesco Favre Ippoliti. La band, proveniente da Roma, è in attività da pochi mesi ma con già un singolo alle spalle ,”Il giorno di polvere“, e un EP in uscita a ottobre.

Il nome del gruppo prende ispirazione dal racconto breve “El Muerto” dell’autore argentino Jorge Luis Borges, riportandolo ai giorni nostri e scegliendo la città di Los Angeles come nuova ambientazione. La morale del racconto, che vi invito a leggere, secondo i The Dead Man in L.A. è più che attuale e andrebbe quindi “riesumata” dopo più di 70 anni dalla pubblicazione. Il racconto è complesso e nella sua brevità porta anche una completezza unica.

Francesco ha alle spalle una lunga cariera nella musica: nel 2003 è stato un dei compositori dei Marylebone, band che ha prodotto quattro album; le grandi variazioni nel genere hanno spinto Francesco a ritornare a suoni più analogici e di conseguenza a formare i The Dead Man in L.A.. La formazione è un power trio: alla batteria Alberto Croce, al basso Daniele Carbonelli, alla voce e chitarra appunto Francesco Ippoliti.

La concretizzazione di tutte queste ricerce è in un pezzo rock con influenze metal, “Il giorno della polvere“, una psichedelica esperienza che ha il gusto, appunto, della west coast. Le registrazioni sono state effettuate in Italia, mentre il mixaggio negli Stati Uniti ad opera di Jack Shirley. Alla realizzazione del brano ha collaborato anche Fabio Sforza in fase di produzione.

Abbiamo voluto approfondire e chiarire alcuni punti di questo interessante progetto con loro:

La sperimentazione è una delle forze portanti che sembra spingere la vostra musica e anche i post su Instagram, ma cosa c’è dietro: una ricerca di una sonorità ben precisa? O non c’è nulla alle spalle? E se è così come fate a sapere quando siete arrivati?

Direi di sì, la sperimentazione influisce molto su quello che facciamo. Sicuramente è un’attività che coinvolge tantissimi fattori e il termine stesso in molti casi può sembrare anche riduttivo. Diciamo che alla base della sperimentazione c’è la ricerca del suono, non credo che si possa parlare di sperimentazione armonica o melodica, visto che queste cose sono dettate più da leggi e regole ormai consolidate nel tempo. Ricercare un suono invece può richiedere una sperimentazione, senza dubbio, e potrà richiederla sempre perché i fattori in gioco cambiano nel tempo.

Per quanto ci riguarda, rispondendo alla domanda: c’è una ricerca la quale forse, però, non è “ben precisa”. Si ha un’idea in mente e ci si ferma quando si è soddisfatti, quando il risultato ci piace o l’idea si è, in un certo senso, concretizzata e pensiamo che si leghi bene con il resto della musica. Nella fase iniziale della creazione dei brani spesso viene scartata tanta roba. Credo che “scartare” sia un concetto chiave nella composizione della musica al giorno d’oggi. Un musicista che sa scartare, che ha il coraggio di dire a se stesso “questo riff, questo giro di accordi, questo arpeggio di chitarra fa non è un granché” o “è banale” o “va cambiato”,  fa una sorta di primordiale gesto di altruismo nei confronti di tutta la musica in circolazione.

È una cosa molto soggettiva e molto di quanto detto potrebbe essere oggetto di discussione, fin tanto che ognuno potrebbe dire: “Secondo me non fa schifo e non è banale” e un altro sostenere  il contrario. Faccio un esempio: a me piacciono i Greta Van Fleet, ma se qualcuno dice che sono una copia moderna dei Led Zeppelin non gli si può dar torto. Fatto sta che, a mio avviso, hanno qualcosa che fa si che non risultino assolutamente  banali.

Nel vostro nome fate riferimento a un racconto breve di Borges, grandissimo scrittore capace di influenzare tutt’ora grandi artisti. Il tema della lingua in cui cantate è già stato trattato, ma quanto peso ha il testo nelle vostre canzoni? “Il Giorno di Polvere” ha un testo molto ridotto, sarà esso più preponderante nei vostri prossimi singoli in uscita?

Il progetto nasce proprio con l’intento di dare il giusto peso anche ai testi, anche se questo può entrare un po’ in contraddizione con il fatto che il testo è l’ultima cosa che da noi viene introdotta nel brano nella fase di stesura. Ci dedichiamo infatti per lungo tempo alla parte strumentale, alla struttura e all’arrangiamento. Dici che  “Il Giorno di Polvere” ha un testo ridotto? Può darsi… Forse, se paragonato a brani “rap” sicuramente, nel panorama della musica rock però non ci sembra che sia un testo ridotto, è più o meno nello “standard” di lunghezza.

Ci sono due strofe (diverse tra loro), un solo ritornello cantato, uno special cantato, nel quale viene ripetuta la stessa cosa due volte e infine, a tre/quarti del brano, un cantato minimale, dove c’è un crescendo. In linea di massima anche i testi dei prossimi brani saranno di lunghezza simile,. Ci sarà un brano che presenta una voce di background parlata (stile “talking”, non rap): chiaramente, visto così, quello ha un testo lungo, ma è un’ eccezione.

Il video YouTube de “Il giorno di polvere” sul canale dei The Dead Man in L.A.
In una precedente intervista avete espresso un’interessante visione del processo di produzione musicale, secondo cui il musicista dovrebbe essere una professione “pura”, che non deve essere “sporcata” dal marketing. Si potrebbe correre il rischio di snaturare l’idea dietro un progetto musicale, se un altro professionista esterno, non coinvolto nel processo creativo, guida la campagna?

Il rischio che dici c’è, tutto sta nel trovare i collaboratori giusti. L’eventuale “collaboratore esterno” dovrebbe essere sicuramente qualcuno in perfetta sintonia con la band, una sorta di elemento in più. Se così non fosse accadrebbe o quello che hai detto tu, cioè che può portare a snaturare l’idea dietro il progetto (magari non subito ma con il passare del tempo), oppure potrebbe diventare un elemento di disturbo “artistico”, in quanto dovrebbe chiedere l’opinione della band per qualsiasi scelta o decisione. Questo, alla fine, non è tanto diverso dal fatto che la band stessa si sbrighi da sola anche le proprie faccende manageriali e di marketing. A quel punto siamo “da capo a dodici”.

È essenziale che questa persona (o persone) sia indipendente e per essere indipendente deve essere a tutti gli effetti parte della band. Infatti in passato è stato cosi per molti dei gruppi e band storiche.

Il nome The Deadman in L.A. deriva, come hai raccontato, anche da una tua storia scritta che hai definito “semplicissima”. Vedrà mai luce, magari in una canzone che imbriglierà i toni arricchendoli e approfondendoli?

Beh sì, potrebbe essere. Preciso che la storia non è nemmeno mai stata scritta. Sarebbe bello però scrivere un testo traendo completa ispirazione direttamente dal racconto di Borges, oppure puntando a crearlo partendo dalla “nostra” storia immaginaria, concretizzandola nelle parole di un brano. Ci penseremo su, magari in futuro ci sarà una canzone che si presterà bene a questo e proveremo a farlo… Sembra una buona idea.

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a cura di
Federico Zanoni

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