Intervista a Le Ore: riflettere con la musica

La band Le Ore ci parla del loro ultimo Ep tra generazioni, suoni, colori ed esperienze vissute

Matteo Ieva e Francesco Facchinetti (un omonimo), sono un duo di giovani ragazzi che compongono la band Le Ore. Nascono nel 2014 quando quando Matteo scopre Francesco su Youtube che caricava i brani appena usciti in versione acustica.

Nasce un’amicizia e tra performance come opening act per altri artisti arrivano ad organizzare concerti indipendenti. Intanto su Facebook i loro followers aumentano costantemente. Nel 2018 Le Ore pubblicano “La Tenerezza” seguito da “Guarda Avanti”. Ma è il loro terzo brano “La mia felpa è come me” che li porta sul palco di Sanremo.

Con il loro ultimo brano e l’uscita del Ep “Che fine abbiamo fatto” Le Ore cambiano stile portandoci ad ascoltare le riflessioni esistenziali e romantiche di Matteo e Francesco. Le Ore, poi, aggiungono al tutto un tocco di vintage registrando le canzoni su un mixer degli anni ’80.

Cover di “Che fine abbiamo fatto”

A noi sono sembrati molto interessanti ed è per questo che gli abbiamo fatto qualche domanda.

Nel vostro ultimo Ep “Che fine abbiamo fatto” siete accompagnati da un fantasma, simbolo delle ansie di questa generazione. Quale pensate che sia il motivo principale per cui questa generazione non viene ascoltata? E secondo voi derivano da qui le paure e ansie? Perché noi ragazzi ci sentiamo soli in un mondo di adulti, secondo voi?

Il problema è che siamo già adulti, è figo pensare che sarà per sempre e che i problemi “da grandi” siano lontani, ma non è così. Molti di noi pagano affitti e bollette, votano, prendono posizioni e hanno responsabilità, ma quando poi ci si ritrova a far sentire la voce si è sempre etichettati come “giovani” che incredibilmente assume un’accezione quasi negativa.

Siamo quindi troppo grandi per essere tutelati come bambini, ma troppo piccoli per avere la credibilità degli adulti “veri”, quelli coi capelli bianchi per intenderci. Come se l’unica testimonianza della saggezza fosse quella dei capelli e non quella dei contenuti.

Una domanda per Matteo: Hai creato i suoni aggiungendoci dei colori per far arrivare a Francesco i mood che volevi trasmettere. Non siamo tutti uguali e non possiamo capirci totalmente, Francesco quali cose importanti ha capito di quelle che volevi trasmettere? Parlaci quindi, dei tuoi sentimenti per questo Ep, non solo di quelli di una generazione.

Si, ho aggiunto alle strumentali dei veri e propri montaggi video, ritagli di film o scene che mi dessero suggestioni, affinché riuscissi a trasmetterle anche a Francesco. Ovviamente ognuno percepisce le cose in maniera diversa, ma dopo tutti questi anni ci conosciamo veramente bene e so già quali cose scarterà e quali lo colpiranno, nonostante questo le sorprese non mancano mai.

Ad esempio in “Caviglie” ha scelto di adattare testo e melodia alla strumentale perché le sensazioni che il mio arrangiamento gli dava erano in linea con quelle che provava mentre scriveva il testo.

Ha così piegato la canzone al servizio della mia musica, e si è creato un incastro di cui andiamo molto fieri. I sentimenti che provo per tutto l’EP in genere sono proprio quelli di fierezza, orgoglio, perché non era facile, non era facile farlo da soli, non era facile farlo in un momento in cui tutto si è fermato, non era facile punto, ma l’abbiamo fatto.

Sempre per Matteo: Hai ricercato rumori di fondo autentici. Qual è stato il suono più interessante/strambo che hai registrato?

In realtà non li ho cercati, semplicemente non li ho tolti. Spesso per fare i fighi registrano in studio al massimo della qualità e poi sporcano con suoni posticci messi apposta per dare un senso più street; qua i suoni che sembrano street sono street davvero, magari perché quel determinato strumento l’ho registrato all’aperto, o perché ero vicino a una finestra che non avevo chiuso bene.

Il suono più strambo, forse il più divertente, l’ho registrato a casa di Francesco: mi sono messo in salone a suonare la chitarra classica pizzicando le corde di nylon davanti al microfono, quando a sua madre è caduto a terra lo spazzolone con cui stava lavando, il suono metallico ha rimbombato entrando nel microfono, era perfetto, è diventato parte del beat.

Avete partecipato a Sanremo Giovani 2018, vi ha insegnato qualcosa di utile l’esperienza?

Ce ne ha insegnate tante di cose, una su tutte l’influenza dello strumento televisivo, quanto possa veicolare in maniera potente e universale un messaggio, un contenuto, ma anche un capello fuori posto, una risposta data troppo lentamente. Perciò ci si deve avvicinare con attenzione, con tutte le carte in regola e senza lasciare nemmeno un fianco scoperto.

Abbiamo imparato che la preparazione e soprattutto la concentrazione sono gli elementi fondamentali su cui basare il proprio divertimento in un contesto musicale televisivo, perché ogni cosa è irreversibile, ed una volta che è trasmessa non può essere ripetuta. Cantare una canzone davanti a milioni di persone è di per sé una grande lezione di vita.

Oltre i problemi sociali e le riflessioni di cui scrivete, siete anche capaci di scrivere cose molto romantiche, come nel vostro brano “La tenerezza”, da cosa o chi traete ispirazione? Avete vissuto qualcosa in primis?

Abbiamo vissuto tutto in primis, dalla storia più tenera che ci possa essere, quella tra Fra e sua sorella (che ha ispirato il testo de “La Tenerezza”) a quella più dissacrante e disperata di “Radio Maria”, dalla dedica malinconica all’estate romana in “Caviglie” al momento di sconforto claustrofobico di “Una canzone del cazzo”.

Se non avessimo delle storie vissute in prima persona da raccontare, forse lasceremmo proprio perdere, perché scrivere canzoni resterebbe soltanto un esercizio tecnico e questo lavoro meraviglioso diventerebbe un lavoro d’ufficio. Cerchiamo sempre la verità, cerchiamo di capire come siamo diventati, che fine abbiamo fatto, per poi metterlo in musica e metterlo in testo.

Grazie Posta Indipendente per le domande e per la vostra attenzione:)

a cura di
Sara Sattin

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