Intervista a Kaput Blue: viaggiando verso “Shanghai”

Shanghai è il nuovo pezzo di Kaput Blue nome d’arte di Antonio Caputo, classe 1994, una voce e una penna che, secondo noi va tenuta assolutamente d’occhio. Di origini pugliesi Antonio si è fatto conoscere presto nel panorama musicale tanto da vincere il premio SIAE come migliore autore al camp di scrittura “Genova per voi”. Lo abbiamo intervistato per voi:

Ciao Antonio o Kaput Blue, non so come preferisci essere chiamato, rompiamo il ghiaccio con una domanda semplice, ma che sicuramente in molti si staranno facendo: come mai hai scelto questo nome d’arte?

Kaput dal tedesco “rompere”, Blue dall’inglese “malinconia”. Il progetto stesso è un modo per rompere la mia, di malinconia.

È uscito da poco il tuo nuovo brano “Shanghai”, ti anticipo dicendo che mi è piaciuta molto, soprattutto per come la tocchi piano anche su quanto in questo periodo una taglia non conforme allo standard sociale si aspetta dagli altri. Quanto influisce secondo te l’aspetto fisico in questo periodo storico sulla carriera di un’artista?

Son contento ti sia piaciuta. L’aspetto fisico influirà sulla carriera vera e propria dell’artista fino a quando tutta la gente, la comunità, avrà ancora pregiudizi sull’aspetto fisico delle persone. La discografia non fa un percorso diverso da quello di ogni semplice persona nel mondo. È chiaro, ci si aspetta una apertura mentale ben più ampia quando si parla d’arte ma non lo do affatto per scontato. Mi è capitato di ricevere commenti al primo incontro con discografici della serie “Beh e allora? Quand’è che dimagriamo?”. Non penso sia neanche commentabile una introduzione del genere.

Quanto c’è di Kaput Blue e quanto di Antonio nella tua produzione artistica?

Kaput Blue parla semplicemente in una maniera più “poetica” di cose che Antonio vive quotidianamente e di cui ha riscontro. Antonio scriverebbe un libro, Kaput ci mette una musica sotto e te le canta in faccia.

Con “Shanghai” si preannuncia l’arrivo di un EP? Ci diresti cosa c’è in cantiere

Su questo sono ancora molto cauto ma posso dirti che “Shanghai” avrà un visual molto interessante ed in cui un bel po’ di persone si potranno rivedere.

Si percepisce l’influenza r’n’b, hai qualche sfumatura che mi ricorda anche Mahmood, qual è stata la tua formazione musicale?

La mia formazione musicale è stata molto simile a quella dei rappers che facevano freestyle per strada (ed infatti le influenze sonore anni 90’ son quasi sempre presenti nei miei brani) avendo vissuto pomeriggi interi per strada con amici a canticchiare e a fingerci “bulletti”. Non ho avuto modo di studiare professionalmente musica e canto sin da subito ma ricordo che un professore della zona mi ospitava in studio gratuitamente mentre gli altri ragazzi facevano lezione perché non ho mai avuto il coraggio di chiedere ai miei i soldi per frequentarle anch’io.

Ti ringrazio per il tempo concesso e ti porgo l’ultima domanda, quella che forse mi caratterizza, visto che in redazione sono riconosciuta per le domande scomode: quanto l’essere del Sud Italia influenza negativamente o positivamente, sta a te dirmelo, il tuo percorso professionale?

Non è facile vivere in un trullo dove la nonna sforna panzerotti e taralli tutto il giorno mentre si ascolta sempre tarantella. Ovviamente scherzo! Le uniche cose che posso dirti sono queste: influenza negativamente il fatto di stare un po’ troppo lontani da Milano (dove chiaramente gira quasi tutta la discografia) ed il fatto che noto poca collaborazione vera ed organica tra gli artisti. Io vengo dalla Puglia, che continua a far nascere tantissimi grandi artisti, ma non vedo ancora una cooperazione (soprattutto tra gli emergenti) altrettanto grande. Il fatto di esser nati qui influenza positivamente il valore che diamo alle cose. Dal godere di una semplice giornata di sole e vento al mangiare qualcosa che ti scalda il cuore. Valore altrove un po’ difficile da ricercare.

a cura di
Iolanda Pompilio

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